Nuovo villaggio delle sturt up

Sono anni ormai che al telegionale o sui giornali o sui social sentiamo parlare di sturt up, ma che cosa sono.
In economia con il termine startup (in italiano, neoimpresa) si identifica una nuova impresa nelle forme di un’organizzazione temporanea o una società di capitali in cerca di soluzioni organizzative e strategiche che siano ripetibili e possano crescere indefinitamente. Inizialmente il termine veniva usato unicamente nel settore terziario avanzato. Oggi, con la diffusione dell’informatica, aziende appartenenti ad un altro settore economico possono sperimentare le stesse soluzioni. Di solito le start-up attraggono inizialmente capitali da investitori privati early stage per poi procedere una volta maturato il business model ad una eventuale quotazione sui mercati finanziari.

Milano dà il benvenuto al primo Village di sturt up di Crédit Agricole aperto in Italia: Gabriella Scapicchio sarà il direttore della comunità che abiterà in un ex convento di Corso di Porta Romana, 3300 metri quadrati su quattro livelli e un suggestivo chiostro che, più di tante parole, aiutano a comprendere da una parte la grandeur francese, anche sul fronte dell’innovazione, e dall’altra la crescente attrattività del cosiddetto ecosistema italiano.

Crédit Agricole è la prima banca mutualistica d’Europa e in Francia ha tradizionalmente un forte legame con il territorio, visto che è controllata da una holding di istituti di credito regionali. Dal 2014 ha cominciato a costruire una rete di acceleratori per sostenere lo sviluppo delle imprese lì dove nascono: sono 25 a giugno 2018 con l’inaugurazione di Niort, Nuova Aquitania. Ci sono poi due pop up Village a New York e Hong Kong, come avamposto per lo sviluppo internazionale delle startup. Quello di Milano è il primo vero Village fuori dai confini nazionali. Del resto in Italia il gruppo bancario francese ha una presenza importante: 10mila dipendenti, 1.100 punti di vendita, oltre due milioni di clienti e un utile netto di circa 700 milioni (dati al 31 dicembre 2017). Il flagship Village di Milano non è quindi destinato a restare l’unico. Entro il 2019 potrebbero diventare tre. Ce n’è già in programma un altro a La Spezia e si sta valutando anche l’ipotesi di Rimini, dove Crédit Agricole ha acquisito la locale Cassa di Risparmio.

In linea con la natura e la storia di Credit Agricole, l’obiettivo è creare ricchezza nelle diverse aree del Paese, con la convinzione che i campioni dell’industria di domani nasceranno dalla sinergia delle startup con gli innovatori local, senza discriminazioni territoriali.

“Cooperare per innovare” è lo slogan del progetto di Crédit Agricole e la cooperazione ricercata e promossa è quella fra le startup, le nuove imprese ad alto contenuto di innovazione, e le aziende consolidate in nome dell’open innovation: il paradigma (sempre meno teorico) secondo il quale non è più possibile fare sviluppo e innovazione restando all’interno delle mura aziendali, ma bisogna abbassare il ponte levatoio e dialogare con l’esterno per affrontare gli impatti della trasformazione digitale. Favorire la contaminazione è quindi il business dei Village di Crédit Agricole: a Parigi, dove è stato aperto il primo nel 2014, convivono startup, imprese, abilitatori pubblici e privati nei 4.600 metri quadrati nell’8 arrondissement che finora hanno accolto quasi 200 startup. Sotto la Tour Eiffel è secondo solo a StationF, il più grande incubatore del mondo, voluto da Xavier Niel.

“Ho imparato che l’innovazione non si fa da soli e che è molto legata al change management: serve un cambio di mentalità”, racconta la Scapicchio che tiene a sottolineare come Le Village sia un’impresa che coinvolge tutto Crédit Agricole: “Le 12 società del gruppo partecipano a questa grande fabbrica dell’innovazione anche se non ne sono socie. In consiglio siedono in cinque: la banca ma anche l’assicurazione, Agos, Indosuez e la Corporate Investment Bank”. Ed è proprio quest’ultima presenza a fare la differenza: le Village è una comunità dove le startup possono trovare anche investimenti. “Dal 2014 sono state sostenute in Francia quasi 600 startup, prevalentemente in ambito tech, energy e foodtech con il coinvolgimento di oltre 400 partner. Il network, poi, consente alle startup di spostarsi da un acceleratore all’altro, con un desk sempre a disposizione e professionisti che le supportano”, ricorda la Scapicchio. Nel 2016 le startup del nertwork fatturavano mediamente 150mila euro, che sono diventati 440 nel 2017, anno in cui hanno raccolto fondi per circa 23 milioni di euro.

Ora Gabriella Scapicchio è pronta per la nuova avventura. Dopo l’immersione nell’abisso di Anhumas, in Brasile, una grotta strettissima dove ci si cala in corda doppia per 80 metri, certo non teme la sfida indiretta con la Francia: dimostrare che anche in Italia si può creare un grande Village dell’innovazione.

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