Italo Svevo: l’ironia della depressione

“La vita non è nè brutta nè bella, ma è originale” Italo Svevo

 

Esattamente novanta anni fa, il 13 settembre del 1928, moriva uno dei più importanti autori italiani, nonché uno dei più celebri romanzieri del primo Novecento. Parliamo di Aron Hector Schmitz, noto con lo pseudonimo di Italo Svevo.

L’autore, nato a Trieste da una famiglia di origine ebraica, sceglie questo pseudonimo per indicare la natura italiana, che rappresenta la realtà in cui vive, e quella tedesca, che racchiude la sua origine e gli anni dello studio e della giovinezza.

E i contrasti, le dualità, una sorta di sdoppiamento continuo, sono pecurialità sia di Italo Svevo autore, che di Aron Hector Schmitz persona.

Italo Svevo  da un lato seguace di Darwin e di Marx (favorevole all’utilizzo di metodi scientifici di conoscenza respingeva la visione metafisica e spiritualistica della realtà), dall’altro, fortemente influenzato dalle teorie di Schopenhauer e di Nietzsche (nessuna fiducia nel progresso umano, limiti della ragione di fronte all’istinto).

Ancora a sottolineare le contraddizioni di una persona pensante, nella seconda parte della sua vita, Italo Svevo subì anche l’influenza di Freud e delle teorie psicoanalitiche. Il suo rapporto con la psicoanalisi fu però abbastanza complesso: da un lato, infatti apprezzava la piscoanalisi come strumento conoscitivo della psiche umana, ma, dall’altro, sosteneva che le nevrosi non dovevano affatto essere curate.

La nevrosi attuale come la nevrosi di un secolo fa

Un messaggio chiave negli scritti di Svevo che non può e non deve essere trascurato, è di come la nevrosi, il senso di inadeguatezza, l’inettitudine, le incapacità di adeguarsi e di uniformarsi alla massa sono tutte caratteristiche di persone auteniche, di persone “sane”. I veri malati che hanno bisogno di essere curati, sono in realtà le persone completamente fuse e amalgamente nel tempo. Coloro che credono di vivere bene, che credono di essere un tutt’uno con la società e con le regole di competizione e di uniformità, sono in realtà certamente ammalati.

Per Italo Svevo la psiconalisi si fonda sul trasportare il singolo verso la massa, perdendo l’unicità, mentre dovrebbe fare esattamente l’opposto.

Italo Svevo e la psicoanalisi nella “Coscenza di Zeno”

A distanza di vent’anni da Una vita e Senilità, indifferenti alla critica e al pubblico, nel 1919 Italo Svevo iniziò a scrivere il suo capolavoro, La coscienza di Zeno, che venne pubblicato, sempre a sue spese, nel 1923. E’ il primo romanzo mondiale sulla psicoanalisi,  La coscienza di Zeno è organizzato per temi, ancora assolutamente attuali.

“La coscienza di Zeno” è un capolavoro perché è un’opera senza tempo. Non contiene astrazioni, luoghi comuni, pseudospiegazioni scientifiche sul senso della vita o istruzioni per l’uso. Vivere è un’enigma senza soluzione. Come i migliori pessimisti, Italo Svevo non è depresso, ride semplicemente della disperazione.

 

 

 

La legge naturale non dà il diritto alla felicità, ma anzi prescrive la miseria e il dolore. Quando viene esposto il commestibile, vi accorrono da tutte le parti i parassiti e, se mancano, s’affrettano di nascere. Presto la preda basta appena, e subito dopo non basta più perché la natura non fa calcoli, ma esperienze. Quando non basta più, ecco che i consumatori devono diminuire a forza di morte preceduta dal dolore e così l’equilibrio, per un istante, viene ristabilito. Perché lagnarsi? Eppure tutti si lagnano. Quelli che non hanno avuto niente della preda muoiono gridando all’ingiustizia e quelli che ne hanno avuto parte trovano che avrebbero avuto diritto ad aver una parte maggiore. Perché non muoiono e non vivono tacendo? È invece simpatica la gioia di chi ha saputo conquistarsi una parte esuberante del commestibile e si manifesti pure al sole in mezzo agli applausi. L’unico grido ammissibile è quello del trionfatore.

Antonella Falabella

Dai numeri alle lettere e dal bianco e nero al rosa. Alla ricerca continua del cambiamento!

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