DIANA VREELAND: LA DONNA CHE HA CREATO LA MODA

Non me ne vogliano fashion blogger e aspiranti influencer, ma, quello che loro fanno oggi Diana Vreeland lo ha già fatto e meglio; in un modo che mai si era visto prima di allora.

 

“It’s not about the dress you wear, but it’s about the life you lead in the dress”

 

Un’icona che ancora oggi inconsciamente ispira tutti noi amanti della moda.

La sua carriera si sviluppa tra il 1936 e il 1975 tra gli uffici delle riviste Harper’s Bazaar e Vogue, fino ai corridoi dei musei del MET lasciando un’impronta indelebile nel settore.

Dopo il suo matrimonio nel 1924 con Thomas Reed Vreeland si trasferisce a Londra dove inizia la sua carriera nella moda aprendo un negozio di biancheria intima ( tra le sue clienti si possono trovare anche Wallis Simpson, che presto sarebbe diventata la Duchessa di Windsor).

Inoltre sono costanti le sue visite a Parigi che le permettono di avvicinarsi al mondo  dell’alta moda.

Il suo percorso editoriale iniziò nel 1936

Come editorialista per Harper’s Bazaar, dal 1936 fino alle sue dimissioni nel 1962 Diana Vreeland diresse una colonna per Harper’s Bazaar intitolata “why don’t you?

Rubrica in cui offriva nel suo stile unico e personale, suggerimenti e consigli così stravaganti che attirarono subito l’attenzione dei lettori, proposte irriverenti e divertenti che definivano una personalità unica.

Diventando lei stessa un’icona di stile.

Fu promossa alla posizione di redattrice di moda nel 1939 e nel frattempo, anche fuori dagli uffici, Diana Vreeland era ormai un personaggio iconico di New York, dove manteneva una vita sociale altrettanto vigorosa.

Da Harper’s Bazaar approdò a Vogue nel 1962

Dove da subito compii una rivoluzione eliminando i manichini e presentando alle lettrici servizi fotografici con modelle inserite in contesti narrativi specifici, veri e propri reportage di moda, come siamo abituati a vederne oggi nei moderni periodici.

La rivista di moda non fu più la stessa, grazie a lei divenne un manifesto di femminilità, grinta e forza, caratteristiche che influenzeranno la donna del ‘900.

Fu redattore capo dal 1963 al 1971.

Ha impregnato le pagine con il suo stile distintivo, credeva fermamente che la rivista avesse la capacità di trasportare il lettore; proprio come l’abbigliamento aveva la capacità di trasformare chi lo indossava.

Un’ allegra iconoclasta e una pensatrice audace e originale, niente ha trattenuto Diana Vreeland.

Aveva idee molto chiare su ciò che voleva fotografare e su come voleva che fosse fatto e considerò il fotografo un veicolo per trasmettere il suo messaggio, la moda, ai lettori.

Il gesto e l’atteggiamento per lei erano importanti così come la forza del carattere, non solo nella faccia, ma anche nella mente.

La sua partnership con moltissimi giovani fotografi ha creato immagini monumentali e leggendarie e le sue pagine segnarono una rivoluzione nello stile editoriale che si diffuse in tutto il settore.

Consulente per il MET 

Nel 1971 divenne consulente per il Costume Institute del Metropolitan Museum of Art di New York; la sua personalità alla moda e colorata venne percepita come un’opportunità per rivitalizzare le mostre.

Durante questi anni si occupò di mostre come “Balenciaga”, “La donna del XVIII secolo”, “Romantic and Glamorous Hollywood Design”, “La gloria del costume russo”,”La Belle Époque” e “Yves Saint Laurent”, riuscendo a mettere il suo marchio distintivo nel mondo dei musei.

Trasferì il suo stile unico di marketing della moda alla galleria del museo; traendo ispirazione dalla passerella, dalle tendenze al dettaglio, dagli editoriali di moda e dalla sua fertile immaginazione.

Le sue esibizioni in costume erano esperienze sensoriali spettacolari; come lei stessa ammise nella sua autobiografia, era interessata più all’effetto che all’accuratezza storica.

Ancora oggi Diana Vreeland viene spesso citata nel cinema e nella televisione.

Il personaggio di Maggie Prescott, redattrice della riviste di moda in “Funny Face” è liberamente ispirato a Diana Vreeland.

Inoltre la sua vita è stata documentata in Diana Vreeland: The Eye Has to Travel.

 

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