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PER UNA COMMISSIONE DI INCHIESTA SUL BRACCIANTATO

Il 19 ottobre 2016, a larga maggioranza, la Camera dei Deputati dette il via libera definitivo al disegno di legge (Ddl Martina-Orlando) sul caporalato e lo sfruttamento del lavoro in agricoltura, una piaga che colpisce, nel solo Mezzogiorno d’Italia, tra le 300.000 e le 500.000 persone. La nuova legge ha modificato un articolo già esistente – il 603bis del Codice penale – e ha apportato una serie di novità interessanti anche se nell’ambito di una consolidata una cultura emergenziale piuttosto che di una strategia ragionata e consapevole. La legge ha introdotto la corresponsabilità tra caporali e aziende – che è notizia positiva – limitando però il tutto ad un’azione puramente repressiva in un fenomeno, quello dello sfruttamento, che si sta sempre più amplificando. Di fatto, il caporale e il datore di lavoro – laddove sottopongano i lavoratori a condizioni di sfruttamento ed approfittino del loro stato di bisogno – rischiano da uno a sei anni di reclusione e una multa che può arrivare fino a 1000 euro; in caso di violenze o minacce (all’ordine del giorno nei periodi di raccolta) la reclusione può arrivare fino ad otto anni. La legge introduce anche “l’indice di sfruttamento” cioè una serie di elementi che possono segnalare il reato stesso: retribuzione troppo bassa, violazione di orari di lavoro, ferie e norme di sicurezza e condizioni alloggiative degradanti. Tutto questo ben sapendo il legislatore che sul territorio resistono oramai da decenni una serie interminabile di ghetti che confinano i braccianti, per lo più di origine africana, in bidonville invisibili dove le condizioni igienico sanitarie, nella migliore delle ipotesi, sono pessime. Il problema di fondo, insoluto, è che si continua a colpire i “cattivi”, cioè i caporali, dimenticandosi che questi ultimi sono solo uno degli anelli della catena, e neppure il più importante, visto che la piaga dello sfruttamento si alimenta anche senza il fenomeno del “caporalato”. L’attenzione mediatica sul problema gira intorno ad una soluzione repressiva e la legge è lo specchio della società; una volta arrestato, il fenomeno del “caporalato” verrebbe sostituito da agenzie interinali legali solo sulla carta e la ruota ricomincerebbe a girare per il solito verso. L’assenza di una visione globale delle condizioni di sfruttamento lavorativo e una mancata presa di posizione intorno alla questione della Grande Distribuzione Organizzata, ad esempio obbligando le grandi catene ad applicare l’etichetta narrante, rende monca la legge e di difficile applicazione in un quadro repressivo che, alla lunga, risulterà inefficace e deleterio. Infatti oltre che ad una legge contro il “caporalato” servirebbe un lavoro dal basso per far sì che la Grande Distribuzione Organizzata applichi una filiera trasparente mettendo il consumatore nelle condizioni di sapere, ancor prima di comperare il prodotto, il prezzo alla fonte e quanti lavoratori hanno contribuito a portare quel determinato alimento sopra le nostre tavole. Dati più recenti sul fenomeno – riportati nel Sesto Rapporto “I migranti nel mercato del lavoro in Italia” pubblicato nel 2016 (con riferimento al 2015) – confermano, in uno con recenti studi dell’Istat, l’inversione dei trend occupazionali che hanno caratterizzato il mercato del lavoro degli ultimi anni: nel biennio 2014-2015 è stata registrata non solo una crescita significativa del numero degli occupati comunitari ed extracomunitari ma anche una considerevole espansione dell’occupazione italiana in netta discontinuità con quanto avvenuto per l’intero ciclo degli anni interessati dalla crisi economica. Il numero di occupati migranti è aumentato di 64.950 unità, con un incremento di 34.300 occupati comunitari e 30.650 occupati extracomunitari, mentre la crescita dell’occupazione nativa è stata superiore e pari a 121.000 persone.
Al di là dei chiari segnali positivi dovuti ad un’espansione dell’area dell’occupazione permangono nodi problematici di cui a maggior ragione tenere conto, tra i quali:
(a) l’inconciliabilità tra chance occupazionali schiacciate su mansioni esecutive poco remunerate e l’inevitabile crescita del salario di riserva dovuto all’allungamento dei periodi di permanenza e/o al consolidarsi della presenza degli stranieri di “seconda generazione”
(b) la mobilità interprofessionale e le progressioni di carriera, spesso frenate dalle caratteristiche della domanda di lavoro
(c) l’ancora ridotta partecipazione al sistema dei servizi per l’impiego e delle politiche attive necessario all’inibizione dei processi di reclutamento della manodopera straniera, notoriamente legati alle reti etniche
(d) l’inattività femminile che interessa in maniera considerevole alcune specifiche comunità con conseguenti ristrette possibilità di conciliazione di cui godono molte donne immigrate che, non potendo contare su servizi pubblici spesso scarsi o su quelli privati troppo costosi oppure sul sostegno dei familiari rimasti nel paese di origine, restano escluse dalla vita attiva.
Una nazione civile non può assistere allo scempio della dignità umana e del diritto ad un degno ed equo lavoro, a maggior ragione nei confronti di persone costrette a fuggire dai loro propri Paesi depredati ed affamati da un sistema economico che vorrebbe continuare a tenere donne ed uomini in schiavitù anche nello stesso “mondo libero” e segnatamente in Italia. È bene non dimenticare e ripetere che la recente strage dei 16 giovani braccianti morti nel foggiano non è altro che la conseguenza dello strapotere della Grande Distribuzione Organizzata, di istituzioni spesso conniventi e corrotte, di un immobilismo sociale che ha le sue radici nell’idea di cibo come status symbol. Questa strage è talmente drammatica e straziante che scrivere qualcosa a riguardo sembra inutile e a tratti oltraggioso, tanta la rabbia che ha scatenato per la stupidità e l’insensatezza di una morte che tanti si aspettavano; quando vivi in quelle condizioni, tra ghetti, baracche, latrine, lavori 10/12 ore sotto il sole cocente, resti stipato in un furgone che percorre strade devastate per portare a casa pochi euro, lo sai bene che la morte è dietro l’angolo. Zero misure di sicurezza, zero misure igienico sanitarie. Ecco, allora, che oggi stridono molto le dichiarazioni di politici, di destra e di sinistra ma anche di tutti coloro che si sono sperticati a dire che i giovani migranti morti sono vittime di sfruttamento e di un sistema illegale imperniato in un mercato agricolo che, nonostante muova miliardi di euro l’anno, stringe al collasso l’anello debole della catena, i braccianti. La frutta e la verdura che compriamo, nella stragrande maggioranza dei casi, è raccolta da bulgari e africani pagati 20 o forse 25 euro al giorno, rigorosamente in nero, schiavi di un sistema di mercato che lascia sulla strada i più deboli. Tutto questo sistema si conosce da anni e viene denunciato da tempo da attivisti e da associazioni che lavorano sul campo ed è inutile dire che sono state, il più delle volte, parole inascoltate e talvolta criminalizzate. La grande distribuzione organizzata – dalla Conad alla Coop, dalla Despar alla Lidl e via dicendo – è la prima responsabile dei tanti morti tra i braccianti e tra i raccoglitori perché negli anni ha avallato politiche di sfruttamento chiudendo più di un occhio davanti al lavoro nero e strizzandolo ai grandi capitali derivanti dalla costante diminuzione dei prezzi, già alla fonte, dei generi alimentari (esempio tipico pomodoro e dei pomodorini). Più chiaramente, il prezzo stracciato delle arance, spesso in offerta, sui banconi dei supermarket, è il frutto di un “risparmio” sul bracciante e sull’intera filiera agricola. Le pressioni di molti, negli anni, hanno portato alcuni grandi marchi, ad esempio la Coop, a ragionare intorno alla questione dell’etichetta narrante ma il tutto si è risolto in un nulla di fatto ed oggi sapere il “percorso” di una confezione di pomodorini è pressoché impossibile; meglio nascondere tutto e vendere a prezzi stracciati. Lo Stato, altro grande attore della filiera agroalimentare, ha invece attuato una politica di “contenimento” puro e semplice sgomberando le baraccopoli dei braccianti, appoggiando politiche di ghettizzazione ma sempre, di fatto, con l’idea del mantenimento dello “status quo”. Troppi, e imponenti, i legami economici tra politica, istituzioni e grandi marchi dell’agroalimentare. Su tutto domina un cambiamento epocale della visione del cibo assurto a simbolo di una stratificazione sociale che si sta allargando sempre di più: Il discount per migranti e disoccupati, il supermercato scintillante “La Coop sei tu” per la normale borghesia oppure “Eataly” e “Slow Food” per chi può permettersi di più nella frenetica ricerca del cibo made in Italy…biologico e sostenibile… e a chi importa se a raccoglierlo sono migliaia di africani in condizioni disumane….
Purtroppo Gruppi di acquisto solidale (GAS) non riescono ancora a creare una coscienza comune alternativa e critica. Resta all’ordine del giorno il bisogno di una “rivoluzione alimentare” che metta al centro le persone con la loro dignità di lavoratori dando al cibo un valore primario ma non di classe e questo governo è il meno indicato a mettere seriamente mano al drammatico problema.
Appare ineludibile, quindi, un intervento del governo italiano affinché – in ossequio all’articolo 82 della Costituzione – si faccia parte attiva nel richiedere una convocazione urgente ed a Camere congiunte di una «Commissione parlamentare d’inchiesta sul bracciantato» con l’obiettivo di analizzare compiutamente, con gli opportuni strumenti messi a disposizione da Enti ed Istituzioni specializzati, la situazione sociale ed occupazionale delle persone impiegate quali braccianti agricoli in agricoltura per poi lavorare alle modifiche da apportare all’attuale legge che regola la materia. Serve una legge che stravolga completamente gli attuali assetti legislativi di “contenimento” del caporalato e che introduca norme chiare ed ed ineludibili relativamente a:
• abolizione del bracciantato e assunzione dei braccianti come operai agricoli a tempo indeterminato
• abolizione dei contratti stagionali e avventizi prevedendo per i lavoratori stagionali e avventizi una copertura annuale salariale, assistenziale e previdenziale
• divieto per gli imprenditori agricoli di assumere personale anche solo in relazione al “lavoro occasionale” al di fuori delle norme sul collocamento e senza obblighi contributivi e previdenziali
• individuazione, mediante ricorso ai vari metodi di indagine incrociata, e repressione, come reato penale, del ricorso al lavoro nero e al “caporalato” per l’ingaggio della mano d’opera
• rivisitazione e correzione della legge sui “contratti di riallineamento” per impedire gli abusi e le frodi fiscali delle aziende e per favorire un’effettiva emersione del “lavoro nero” e la tempestiva applicazione dei trattamenti previsti nei Ccnl per i dipendenti
• imposizione alle aziende agricole del versamento dovuto dei contributi previdenziali per le lavoratrici ed i lavoratori
• assegnazione ai lavoratori agricoli di un salario sufficiente e di una copertura previdenziale nei mesi di inattività attraverso la cassa integrazione e i contributi figurativi
Non c’è più tempo di attendere un’altra strage!!

Raffaele Coppola

Laurea in Scienze Politiche, indirizzo storico-politico

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