Bologna Experience: la magia di sentirsi bolognesi

<<…Bologna capace d’ amore, capace di morte, che sa quel che conta e che vale, che sa dov’ è il sugo del sale, che calcola il giusto, la vita e che sa stare in piedi per quanto colpita…>> Queste le parole con cui Guccini omaggiava la “vecchia signora”. E non è stato il solo a dipingere Bologna in una canzone: molti tra i più grandi artisti italiani, figli del capoluogo emiliano, hanno immortalato nell’essenza dei testi le sue piazze, i suoi palazzi rossi, i suoi colli e tutte le perle che la città ha sempre offerto senza troppe riserve. L’Estate 2017 ha deciso di fare lo stesso, di rendere a Bologna un grande e commovente riconoscimento: Bologna Experience.

Via Barberia 19. Palazzo Belloni. Coordinate semplici per una mostra davvero ambiziosa. Bologna Experience è un viaggio multimediale nella storia e cultura bolognese, iniziato il 1 Giugno e destinato a concludersi l’8 Ottobre di quest’anno. L’esposizione è stata ideata e organizzata da Con.fine Art. All’interno del palazzo troveremo davvero di tutto: fotografie, documenti, ologrammi, video interattivi, racconti… storia e tecnologia, musica e immagini si fondono in un’esperienza totalmente sui generis. Una volta entrati, non ci sarà nessun percorso obbligato a guidare i passi del visitatore, nessun filo conduttore; potremo girare liberamente, ricostruendo Bologna a partire da piccoli frammenti che cuciremo insieme in completa libertà.

Nelle cantine del palazzo non troverete né vino né antichi cimeli, bensì dei camerini. Di chi? Basta leggere i nomi sulle targhette per provare un’orgogliosa familiarità e, perché no, una leggera stretta al cuore: Luca Carboni, Cesare Cremonini, Fausto Carpani, Paolo Mengoli, Andrea Mingardi, Gianni Morandi e (qui la stretta) Lucio Dalla. Nei camerini, il cui accesso è libero, sembrerà di essere davvero insieme a questi grandi, non appena saremo accolti dalle loro melodie più famose.

Ma è opportuno non andare oltre. “Bologna Experience” non può essere descritta, va vissuta. Non siamo in un classico museo, dove il “do not touch” traccia un duro confine tra l’opera e l’osservatore; qui siamo esortati a toccare con mano tutto, a raccogliere un’esperienza il più possibilmente completa del nostro viaggio. Bologna è di tutti e tutti accoglie, da tempo immemore. Che siate di Taranto o Novara, dopo essere usciti da Palazzo Belloni sarà difficile non sentirsi veramente orgogliosi di questa città.

Official

Biografilm Park: il live di Motta del 15 Giugno

La serata del 15 Giugno del Biografilm Park ha portato impresso il marchio di Francesco Motta. L’artista pisano, che ha da poco concluso il tour de “La fine dei vent’anni”, suo primo disco solista, ha chiamato a raccolta nel parco del Cavaticcio un pubblico notevole, che si parli di numeri o di accoglienza.

Molti sono stati gli “illustri ospiti” di questa calda serata bolognese, invitati a dare il loro contributo allo show di Francesco: il primo ad apparire è stato Frankie Hi-nrg, salito sul palco per presentare artista e band; <<So bene cosa significhi “la fine dei vent’anni”, dato che li ho finiti ben due volte>>, ha ironizzato il rapper torinese prima di lasciare il posto ai musicisti, accolti da un boato. Dopo tre o quattro pezzi alla truppa si aggiunge anche “il maestro” Francesco Pellegrini, chitarrista dell’ex-gruppo di Motta, i “Criminal Jokers”, nonché attuale turnista degli Zen Circus. Degli Zen si presenta anche il pezzo migliore, lo storico frontman Andrea Appino, che partecipa alla canzone di chiusura del concerto.

Partenza spettacolare con il ritmo serrato e ossessivo di “Se continuiamo a correre”. Senza nulla togliere agli ottimi musicisti, fin da subito è impossibile staccare lo sguardo da Motta: in qualsiasi momento suscita in tutti un’ipnotica ed estatica attrazione, anche quando non canta e si limita a battere rullante e tom in atteggiamenti quasi rituali o resta fermo sul posto a dondolare e fissare il pubblico. Il concerto prosegue con pressoché tutti i pezzi dell’album, con la classica integrazione di un brano ripescato dai Criminal Jokers. Non è un live esaltante nel senso proprio del termine: non si poga, non si balla nemmeno troppo; si rimane semplicemente rapiti a fissare il palco, e va bene così, non manca nulla. Molti tra il pubblico cantano, altri oscillano avanti e indietro; ma di fronte a quei ritmi martellanti, tribali, di fronte a quel trentenne che tra un brano e l’altro ringrazia tutti continuamente con la sua voce calma, pacata, non ci si riesce davvero a distrarre in movimenti troppo impegnativi.

Un paio di volte durante il live dichiara di stare già scrivendo nuove canzoni, quasi a scusarsi per il fatto di riproporre  sempre le stesse. <<Non so ancora quando uscirà il prossimo album. Una cosa però è certa: se sarà tra dieci anni saprete già il titolo>> Le aspettative in lui sono tante oramai, anche se fino a un anno fa non se lo sarebbe minimamente aspettato.

Non ha gli atteggiamenti da star, Francesco Motta. Anzi, sembra quasi l'”anti-star” per eccellenza. Lo vedi lassù, ma non è distante, sembra straordinariamente vicino; un ragazzo che è appena entrato nei trenta e ha sentito questa transizione con un misto di tormento e serenità, nostaglie e speranze, che ringrazia mamma e babbo per l’appoggio che gli hanno dato (attaccando il luogo comune del rapporto conflittuale tra artista e genitori), che si preoccupa continuamente di come sta il suo pubblico, soprattutto quello più lontano dal palco, che potrebbe non sentire bene… Non può che starti sinceramente simpatico, nella sua genuinità. Ed è proprio questa inusuale normalità che lo rende così intrigante.

Facebook

Bang Bang Vegas: l’album di debutto “Party Animals” disponibile dal 16 Giugno

I milanesi Bang Bang Vegas hanno annunciato l’imminente uscita del loro album di debutto. Si chiama Party Animals ed è disponibile dal 16 Giugno.

L’hardrock è sicuramente uno dei generi più inflazionati della storia. Si è affermato verso la fine degli anni ’60 e da allora è passato un po’ tra le mani di tutti, modificandosi ben poco nel corso del tempo. Ha trovato la sua formula più efficace grazie a gruppi come AC/DC e Deep Purple e in pochi hanno avuto davvero l’ardire di alterarla. Perché va bene così. Il “rock duro” tradizionale, che sia inglese o americano, ha funzionato alla grande in passato; almeno fino a quando un giovanissimo punk, ben più ribelle e caustico, non ha spodestato il genitore dal ruolo di fenomeno internazionale. Si è ripreso poi negli anni ’80 e il suo forte ascendente sui ragazzi è rimasto pressoché costante più o meno fino al nuovo millennio. Nell’immaginario comune l’hardrocker è l’archetipo della vera rockstar “sex, drug & rock’n’roll”. Insieme al suo fratellastro, l’heavy metal, l’hardrock è il genere più emulato dai giovani che intendono mettere su una band. D’altra parte, come tutti i veterani fenomeni di massa che non hanno mai conosciuto evidenti trasformazioni, dopo un po’ non può non odorare di stantio.

Tutta questa digressione per esprimere la complessità della sfida che una giovane band hardrock si trova a dover affrontare oggigiorno. Saper essere originali con questo mezzo d’espressione è davvero difficile. Tuttavia i Bang Bang Vegas sembrano essere fiduciosi. Il loro intento, dichiarato, è riportare in auge il rock, riaccompagnarlo per mano nelle strade, nelle tv e negli stadi del mondo. Perché se è vero che le grandi rockband riempiono tuttora gli stadi, la situazione è molto più negativa per il giovane rock emergente.

Thomas Festa (“Sergeant”), Alessio Cannistraro (“Frusta”) e Loris Gentilin (“Face”) sono i tre ragazzi che dal 2013 compongono quest’ambiziosa band. Festa (chitarrista e cantante) ha vissuto tre anni in California, a Los Angeles, e ha portato nel trio le influenze dell’amato rock californiano. In America ha suonato a Las Vegas con Justin Lanning, in Italia con, udite udite, Carlo Verdone e Laura Chiatti per la presentazione del film “Io, loro e Lara”.
Tutti e tre i componenti hanno fatto diverse esperienze prima di formare il trio, sia in strada che nei locali. Dietro i Bang Bang Vegas non c’è solo una grande passione per il blues e il rock’n’roll, c’è anche una grande gavetta. La band in sé sta collezionando una serie di live che si sono contraddistinti per la loro energia e qualità, tanto da aver permesso loro di suonare allo Sziget nel 2015.

Dopo quattro anni di militanza di questa formazione è finalmente giunto il momento di presentare i frutti del proprio lavoro (già presenti in official videos pubblicati su youtube): Party Animals è un album breve, diretto. Le tracce sono solo 7 e presentano la media durata da 3-4 minuti. In questo breve lasso di tempo c’è spazio per il classico hardrock, per il surfin’ rock stile beach boys e per i bluesacci più sporchi.

La qualità del mixaggio è molto buona, ogni track suona davvero bene e risulta pulita anche nel suo essere intimamente sporca. Va detto però che i pezzi sono piuttosto omogenei: riff di chitarra semplici ma molto catchy accompagnano linee vocali e ritornelli piuttosto radiofonici. L’energia c’è, l’originalità un po’ meno. Lo schema classico da canzone hardrock anche in questa occasione non è stato modificato: riff-verse-chorus-verse-chorus-bridge-chorus. Non c’è track che si discosti troppo da questa sequenza. Il che non è necessariamente un male, se accettiamo il detto “squadra vincente non si cambia”.

La title-track apre l’album e offre una partenza al fulmicotone, con un riff e un ritornello che rimangono necessariamente impressi in testa.
Segue “Lights Out!”. Non sono riuscito a non pensare compulsivamente ad Angus Young e agli Aerosmith. Ci sono tutti qui dentro. Pezzo carino, ma davvero troppo già sentito.
“Single” è già più interessante, ma il singolo “Sweetest Crime” (già presente su youtube) è il primo pezzo più caratteristico. Qui ci rendiamo davvero conto di quello che possono dare i Bang Bang Vegas. Gran pezzo.

L’armonica di “I Don’t Mind” arricchisce un pezzo che senza di essa sarebbe un classicissimo surf rock’n’roll senza troppe pretese.
“But you’re 17” prende alla sprovvista: il riff è stupendo, come il groove e il cantato di Festa. Bravi tutti! A mio avviso, il pezzo migliore dell’album. Unica pecca, l’autotune nella frase “but you’re 17” poteva essere bellamente evitato.
“I wanna be rich” è stata registrata in presa diretta, probabilmente durante un live. Una canzone folk molto godibile, che chiude con grande dignità Animal Party.

Del loro lavoro, i rocker milanesi dicono “abbiamo semplicemente voluto fare un disco di festa, di sensazioni, di libertà, di una vita dove il bisogno primario è quello di divertirsi come se fossimo in uno stato animale, selvaggio. Senza troppo leggere tra le righe”. Si sente la spontaneità del disco, che vuole essere diretto, immediato. Apparentemente non siamo di fronte a niente di nuovo. I Bang Bang Vegas sanno eseguire bene il loro genere, ma non ho sentito molte novità che possano distinguerli rispetto ai predecessori. Fa sempre piacere sentire del sano e puro rock’n’roll, ma questo non basta più per arrivare davvero in alto. Vedremo come si svilupperà la carriera di questo trio: se lungo il solco dell’hardrock tradizionale o lungo un nuovo sentiero che li porterà sempre più lontano.

Official

Facebook

 

 

Bivaccando con Cecé Tripodo

Vincenzo Tripodo, in arte e per gli amici Cecé, è un personaggio assai particolare. In qualsiasi situazione non passa certo inosservato (ed è una cosa che adora). Sarà la stazza, sarà il carattere, sarà la sua quasi totale incapacità di filtrare ciò che pensa (“penso di avere una forma di Sindrome di Tourette”)… A cominciare dall’aspetto, i vent’anni che dichiara di avere non glieli daresti mai: fuma come un turco, ha un barbone incolto, una voce profonda, rauca, cavernosa, un ego grande quanto lui e una serie di esperienze da raccontare che non diresti mai che sia bastata un’adolescenza per viverle. Ha poi due grandi passioni: suonare e rompere i coglioni agli sconosciuti. Quando non è impegnato a offendere i passanti dalla finestra del suo nido nel centro storico aretino o ad apostrofare sfrontatamente le tipe, Cecé scrive canzoni e si attacca alla sua fida chitarra. Basta poco per capire che lo studio delle lingue è in realtà una copertura, quasi un passatempo: nel parlare con lui ci si rende conto che tutti i suoi progetti sono concentrati sulla carriera cantautoriale. Lì sta il suo amore. Quello gli interessa davvero. Il resto ha poca importanza.

Mi sono incontrato per pranzo con Vincenzo per parlare un po’ del suo primo EP. Uscito nell’Estate 2016, porta il titolo di “Il Bivacco” ed è la fase inaugurale di un interessante percorso che è già più che abbozzato nella testa dell’autore. L’ho ascoltato più volte e sono stato piacevolmente colpito dall’inaspettata maturità che risalta dai testi e dalle musiche. Ad affiancare Cecé nei cinque pezzi del cd ci sono altri quattro musicisti: Alessio Fantini (batteria), Enzo Furlani (basso), Enrico Bozzano (chitarra classica) e Luigi Lo Presti (sax).

Non c’è una canzone che non sia orecchiabile, ballabile e divertente, anche se un tormento di fondo è sempre presente sotto la trama dei testi. Ognuna affianca agli stilemi del cantautorato italiano vecchio e nuovo (c’è molto di Mannarino nelle sonorità) elementi piuttosto originali, veicolati soprattutto dai testi, spesso giocati sulle ambiguità sessuali e sulle metafore, sull’ironia e sulle sensazioni.

Lasciamo però che da ora sia l’autore stesso ad esprimersi sul proprio lavoro. Cecé è estremamente onesto e diretto; le risposte che ha dato alle mie domande provengono tutte dal “ragazzo Vincenzo Tripodo”, non dal “personaggio Cecé”. Che poi, a dirla tutta, c’è pochissimo scarto tra le due figure.

Ciao Cecé. Prima di tutto una domanda assolutamente interessata: abbiamo la stessa età e non riesco a capacitarmene. Ti sei mai fatto di steroidi o fertilizzanti?

(ride) No, al massimo è stata tutta colpa della parmigiana di melanzane di Nonna.

“Bivacco”, il titolo del tuo primo album e quello per cui ora siamo qui; cos’è per te il bivacco? Perché lo reputi un momento così importante da dedicarci un album? Questa pigra chiacchierata in questo torrido pomeriggio di Giugno può definirsi “bivacco”?

Assolutamente sì, anche questo è bivacco. Tu hai fatto gli Scout, no? Sai che c’è negli Scout questa cosa del “bivacco”, questo momento di riunione, di relax… Il termine l’ho ripreso da quel mondo lì. Non vedo questo disco come il mio primo vero lavoro discografico, lo intendo più come “l’antigirone dell’inferno”, se consideriamo la carriera musicale come l’inferno di Dante. Il “Bivacco” è come l’anticamera dell’inferno, dove stanno gli Ignavi; è quella fase in cui tu non hai ancora un’identità propria, non sei un personaggio vero, non hai certezze e non hai deciso molte cose. E’ un pre-disco. Il bivacco è questa fase di passaggio tra questo cd e il primo disco vero e proprio, che sarà incentrato sul Girone dei Lussuriosi. E via dicendo, ogni album rappresenterà un girone diverso.

Ti scatenerai sui lussuriosi, eh?

Sarà il mio disco preferito!

Sei calabrese e ti porti dentro il fuoco della tua terra; tuttavia, hai vissuto per un po’ di tempo anche in Irlanda. Quale “mondo” ti ha dato di più, come persona e come artista?

Dal punto di vista di crescita molto probabilmente l’Irlanda, visto che in Calabria vivevo con la mia famiglia, dentro la casa dei miei e “sotto la gonna di mamma”, per capirci. In Irlanda mi sono ritrovato a quindici anni a dover fare la spesa da solo; ho realizzato di non essere in vacanza quando dopo una settimana avevo finito lo shampoo e dovevo andare a comprarlo. Mi ha aiutato molto anche dal punto di vista artistico, anche se un fatto curioso è che non ho mai scritto un pezzo intero là; il primo pezzo vero e proprio l’ho concluso quando ero già tornato in Italia. E’ una cosa che mi succede spesso: concepisco in maniera inconscia l’idea del pezzo e lo realizzo solo mesi dopo. E solo a posteriori ti rendi conto di questa cosa.

E a quale dei due mondi ti senti più vicino?

Mah, io mi sento “più vicino” al mondo in generale. Una delle frasi che mi piace di più è che “tutto il mondo è paese”. Le differenze culturali ci sono, ma appena vai oltre noti che dietro c’è sempre e solo l’uomo.

E di questo soggiorno aretino, palcoscenico del tuo album, cosa pensi?

E’ una cosa strana. Mi aspettavo che avrei fatto una cosa del genere in Irlanda, o nella mia terra madre. Invece è andata così; sono molto contento di aver trovato aretini che mi hanno aiutato a portare a compimento questo lavoro.

Tutti i musicisti e cantautori hanno sempre avuto un grande punto di riferimento dal quale partire, per quanto innovativi e dirompenti siano stati poi in seguito. De André non perdeva mai occasione di citare Brassens, De Gregori stravedeva (e stravede tuttora) per Bob Dylan; qual è l’artista a cui sei più affezionato e che ringrazieresti col cuore se avessi davanti?

Sicuramente De André. E’ stato la prima persona che mi ha fatto innamorare dello “spettacolo”; mi sono innamorato prima di tutto del “personaggio De André”, guardandolo nei live trovati in giro su Youtube. Ho pensato che avrei voluto fare la stessa cosa, attrarre il pubblico allo stesso modo, tramite la stessa aura di Faber. Poi ovviamente mi hanno ispirato Guccini, De Gregori, Dalla… dei nuovi mi piacciono tanto Capossela, Mannarino, Rondelli… e poi c’è l’amore sconfinato per Caparezza, l’artista più completo in questo panorama italiano. Ma mo’ è arrivato da magnà, quindi magnamo e poi continuiamo (improvvisamente molto romano e poco calabrese)

Come ti nasce una canzone? Testo e musica vengono insieme o in rapporto consecutivo?

Penso che quando si scrive un testo, la musica è già nelle parole. Se scrivo “andammo a morire”, già in questa frase c’è un ritmo, una cadenza. Dal testo la musica mi sorge abbastanza spontanea.

Basta con le domande personali. Parliamo di questo ep. Se dovessi descriverlo “alla Cecé”, quindi nel modo più provocante e schietto possibile, cosa ne diresti?

Qui se ne esce con sentenze purtroppo intrascrivibili

Qual è il pezzo a cui sei più legato?

“Scaccolando”, l’ultimo. Ho scoperto a una lezione di letteratura inglese che nell’Inghilterra settecentesca un dipinto di un uomo e una donna che giocavano a scacchi costituiva una sorta di “Pornhub” dei tempi; da lì mi è venuta in mente sta cosa dello “scaccolare”, inteso come il “giocare a scacchi”.
Ci sono molto legato perché è il pezzo che chiude il Bivacco e preannuncia il prossimo disco, probabilmente lo aprirà. Ho ripreso l’idea di “Annunciatemi al pubblico” di Caparezza.

“Ti piace bere vino e far casino”, parli spesso di sesso e donne nel modo più schietto possibile, eppure canti che “prima ti innamori, e poi nel caso fai sesso”. È evidente dalle tue canzoni che in te pulsa una vena poetica non indifferente. Ti consideri un dionisiaco edonista o più un romantico sotto mentite spoglie?

Mi considero più Cecé, che si innamora del suo innamorarsi. Io mi piaccio quando e perché mi innamoro. Mi posso innamorare di una donna, ma mi innamoro soprattutto di come mi stia innamorando di quella donna; prima di tutto sono innamorato di me stesso. Non mi vergogno a dirlo, sono egocentrico all’inverosimile.

Sotto un certo aspetto ti stiamo annunciando al pubblico, come canti in “scaccolando”, omaggiando Caparezza. Cos’è per te il pubblico?

Allora, il pubblico se ti conosce e viene volontariamente perché gli piaci, mi fa un sacco piacere. Lo reputo la mia fonte di guadagno: ma non solo economico, anche personale. A fine concerto può succedere che io sia più contento del pubblico; quando apprezzano quello che faccio, capisco di aver lasciato loro qualcosa, che se ne vanno arricchiti. E questo mi rende molto soddisfatto e felice.

Qualche parola sui musicisti che ti hanno accompagnato in quest’avventura?

Non li nomino ovviamente in ordine di stima, ma a caso. C’è Alessio Fantini (percussioni e batteria) che non ha solo suonato la batteria, ma mi ha accompagnato anche nella fase precedente e successiva al disco. E’ il primo musicista che ho conosciuto qui e mi ha accompagnato da sempre, da quando l’ho conosciuto. Mi ha quasi forzato a fare il disco. Poi c’è Enzo Furlani al basso: un’altra persona splendida che tuttora mi accompagna, da cui si può soltanto imparare. Con le sue poche parole ti fa capire un sacco di cose importanti, anche gli errori, che ammetto di aver fatto. Poi ci sono Enrico Bozzano alla chitarra classica solista e Luigi Lo Presti al sax; poi per motivi lavorativi ho preso altri musicisti per i live. Gli unici due che sono rimasti sempre sono Fantini e Furlani.

E hai da raccontare qualche aneddoto sulle registrazioni dell’album?

Ho tenuto nascoste le registrazioni dell’album a tutti.

Neanche i musicisti lo sapevano.

Neanche i musicisti, li ho drogati e li ho fatti suonare come automi. No, a parte i musicisti, i fonici, i grafici e chi ha stampato le copie, nessuno sapeva di questo disco.

“Boh, ragazzi, direi che siamo come un unicorno col culo nel centro Italia e le corna rivolte verso Marte.” Frase micidiale, l’ho amata perché assolutamente insensata e inaspettata, congeda l’ascoltatore e lo lascia a metà tra il divertito e il confuso. Però l’unicorno ha un corno solo, lo dice anche il nome. Vorrei che chiudessi quest’intervista così, nella maniera più “ceciosa” possibile.

Mmm, ti dico una cosa: limitando un diritto non se ne possono ottenere altri. Limitando il diritto di un artista a fare satira o a salire su un palco e dire quello che gli pare non si può andare da nessuna parte. In Italia c’è questo problema: non è che manca la libertà di espressione, quella esiste, in teoria. E’ il mancato utilizzo alla libertà d’espressione il problema.

 

Il personaggio che vedrete sul palco a suonare le sue canzoni e a interromperle solo per dire quello che gli passa per la testa non è montato ad arte; basta poco per rendersi conto che Cecé è tale sia su un palco che a casa sua. E’ come un peperoncino della sua terra: bruciante, caustico, irritante per chi non sopporta il piccante… ma non si può negare che renda tutto più saporito. “Il Bivacco” è un promettente ingresso per l’inferno di questo gaudente cantautore; probabile che la discesa in esso si rivelerà più piacevole e entusiasmante di quanto pensiate.

Facebook

Biografilm Park: finale col botto per il festival bolognese

L’ormai celebre rassegna di eventi Biografilm Park, iniziata il primo di questo mese, continua a riempire le calde serate bolognesi con proiezioni cinematografiche, concerti e spettacoli di tutto rispetto. Almeno fino al 20 Giugno il festival continuerà a richiamare quotidianamente gente da tutta Italia, forte della sua fama, dei grandi nomi del programma e dell’ingresso a costo zero.

Il Biografilm Festival è stato il primo evento internazionale interamente dedicato ai racconti di vita. Scopo del Festival, giunto alla sua tredicesima edizione, è trovare e mostrare piccole e grandi storie, capaci di emozionare e far riflettere, percorsi ed esperienze che hanno influenzato e determinato la vita di una sola persona o magari del mondo intero. In tredici anni il Festival è diventato un punto di raccordo e di riferimento per storyteller e appassionati, e ha dedicato ampio spazio ai biopic e ai documentari, anticipando il crescente successo mondiale del cinema a tema biografico.

La presente edizione del Biografilm rimane fedele alla linea: il set è rimasto il Parco del Cavaticcio, location caratteristica e piuttosto compatibile con la varietà di eventi che contraddistingue il festival; come negli anni precedenti, il vero cuore pulsante è però rappresentato dalle esibizioni serali di musicisti e cantautori dai generi più disparati. Siamo già nella seconda metà del programma, ma gli happening prossimi venturi lasciano presagire una conclusione davvero incredibile. Ci sarà il pluripremiato Francesco Motta, i veterani Zen Circus, poi DenteEx-Otago (che chiuderanno ufficialmente il festival) e tanti altri. Un’intera serata, quella del 19 Giugno, sarà impegnata da Guido Catalano. Insomma, abbiamo ancora nove incontestabili ragioni per ritrovarci al Cavaticcio ogni sera da qui fino al 20.

IL PROGRAMMA 12-20 giugno:

Lunedì 12 giugno

Enzo Avitabile live

Aperitivo e Aftershow a cura di Giovanni Gandolfi

Martedì 13 giugno

Vapors of Morphine live

Aperitivo e Aftershow a cura di Moreno Spirogi

Mercoledì 14 giugno

Giorgio Poi live

Aperitivo e Aftershow a cura di Beatrice Tinarelli

Giovedì 15 giugno

Francesco Motta live

Aperitivo e Aftershow a cura di Moreno Spirogi

Venerdì 16 giugno

Dente live

Aperitivo e Aftershow a cura di Moreno Spirogi

Sabato 17 giugno

The Zen Circus live

Aperitivo e Aftershow a cura di Rock n’Roll Cirkus

Domenica 18 giugno

Bob Corn + Setti live

Apertitivo e Aftershow a cura di Giovanni Gandolfi

Lunedì 19 giugno

Guido Catalano live

Aperitivo e Aftershow a cura di Moreno Spirogi

Martedì 20 giugno

Ex-Otago live

Aperitivo e Aftershow a cura di Moreno Spirogi

 

Facebook

BIG BANG MUSIC FEST: cinque giorni tra natura, musica e arte

Dal 31 Maggio al 4 Giugno si terrà a Milano la VI° edizione del BIG BANG MUSIC FEST. Durante il festival di Nerviano (comune dell’area metropolitana di Milano) suoneranno Lo Stato Sociale, Dub FX, 99 Posse, Piotta, Train to Roots e molti altri nomi della scena indie italiana.

“La musica, vissuta, è tutta un’altra cosa.” Il motto ufficiale del BIG BANG MUSIC FEST è piuttosto accattivante. Da sempre interamente organizzato dall’Associazione Culturale Giovani Nervianesi, il festival si sta facendo un certo nome in Italia. L’edizione dello scorso anno era andata piuttosto bene. Celebri artisti del circuito nazionale come IL Teatro Degli Orrori, i Punkreas e i Planet Funk avevano calcato il palco nervianese richiamando oltre 35.000 persone. Un ottimo risultato per un giovane evento che sta arrivando ora appena alla sua sesta edizione.

L’intenzione di trovare una perfetta armonia tra musica live, esibizioni di street-art e una location naturale fa onore agli organizzatori dell’evento. Come nelle passate edizioni, anche per quest’anno le cinque giornate del Big Bang si svolgeranno nel Parco Comunale di Viale Papa Giovanni XXIII. Per l’occasione l’area sarà arricchita da mercatini, strutture ristoro e strutture relax (oltre che dalla zona concerto, ovviamente). Durante ogni giornata, il concerto live inizierà alle 21,00 e terminerà alle 00,30, lasciando spazio ai dj set che continueranno fino a tarda notte. Nelle ultime tre giornate il festival aprirà i cancelli fin dalle 11 del mattino, offrendo numerose attività per bambini, ragazzi, sportivi e famiglie. In particolare, la giornata conclusiva, domenica 4, ospiterà la seconda edizione del concorso di danza Koreutica.

Se i grandi nomi della line-up (riportata qui sotto) e la vasta gamma di interessi e attrazioni non bastano per convincervi a viaggiare fino a Nerviano, beh, vi svelo un ultimo segreto: l’ingresso è completamente gratuito. Cosa volete di più?

LINEUP:

  • 30 maggio: Train To Roots, Dj Gruff, EBM – Earth Beat Movement, Egidio Brugali
  • 1 giugno: Lo Stato Sociale, Canova, Gazzelle
  • 2 giugno: Dub FX, Demonology HiFi, Birø
  • 3 giugno: 99 Posse, Mudimbi, Egreen e DJ P-Kut
  • 4 giugno: Piotta, ITR – Internazionale Trash Ribelle, Giulia’s Mother

Official

Facebook

Evento Facebook

Rolling Stones e mura lucchesi: la combinazione micidiale

I Rolling Stones hanno annunciato senza alcun preavviso un ritorno in un tour europeo, lo STONES-No Filter”. Si svolgerà tra Settembre e Ottobre 2017, e toccherà una sola città italiana: Lucca. Nel contesto del Lucca Summer Festival, gli eterni ragazzacci londinesi suoneranno il 23 Settembre in una location alquanto particolare: nell’annuncio dell’evento appare la dicitura “mura storiche”. Andiamo a scoprire con cosa abbiamo a che fare.

Le mura di Lucca sono uno dei tanti gioielli italiani. Con i loro 4 km e passa di estensione, costituiscono il secondo maggior esempio europeo di cinta muraria mantenutasi integra. Uno spettacolo architettonico davvero eccezionale, testimone di circa cinquecento anni della storia della città che cingono. Tuttavia, nonostante la loro veneranda età forse non hanno ancora assistito ad un evento come quello che le coinvolgerà a Settembre. Al di là dei trascorsi storici, celebri raduni internazionali come il Lucca Comics non hanno mai richiamato di fronte alle mura cittadine un numero di persone pari a quello che si raccoglierà in occasione del concerto. I costi esosi dei biglietti non hanno spaventato gli italiani. I tickets resi disponibili da Ticketone la mattina del 13 Maggio, come del resto era facile prevedere, sono andati a ruba in un lasso di tempo davvero risibile. E c’è ancora chi si stupisce del fatto che i punti vendita nelle varie città siano ancora in piedi. Il consueto sold-out targato “Rolling Stones” non è ancora stato dichiarato, ma siamo vicini.

Quindi ‘sta storia delle mura? Suoneranno sulle mura? Non esattamente. Diciamo che le mura lucchesi faranno da scenografia. Il palco sarà costruito dal primo Settembre ai piedi di esse, nel grande prato che separa la cinta da Viale Carducci. La capienza complessiva dell’area concerto è stata calcolata intorno alle 55.000 persone. Di questo numero una piccola percentuale sarà collocata in sezioni speciali: il palco presenterà un prolungamento rettangolare, comprensivo di camminamento per Jagger e soci e area pit (“NO-FILTER PIT”) per 700 fortunati; come se non bastasse, saranno disponibili alcuni posti a sedere sulla passeggiata delle mura, dai quali si potrà godere di una panoramica mozzafiato di palco e pubblico.

I Rolling Stones hanno sempre ricevuto grandi accoglienze nella nostra penisola e tornano sempre volentieri. Esattamente cinquant’anni fa concludevano le loro primissime date italiane, a Bologna, Roma, Milano e Genova. L’ultima volta che sono venuti da noi era il 2014 e avevano suonato nella capitale. E’ la prima volta che la Toscana e la piccola Lucca  vengono caricate dell’onore e onere di ospitare la band più iconica della storia, nonostante Mick Jagger abbia dichiarato di essere venuto più volte nella regione e di apprezzarla molto. Da toscano mi permetto la presunzione di affermare che non li deluderemo, come loro non deluderanno noi.

Mick, Keith, Ronnie e Charlie si esibiranno nei loro pezzi più celebri e in alcuni inediti. D’altra parte nel loro infinito arsenale di canzoni c’è solo l’imbarazzo della scelta per formare una scaletta esplosiva. Due differenti pezzi di storia si incontreranno in un evento davvero unico. Ci sono tutte le premesse per mandare in iperventilazione qualsiasi fan. E per far mangiare le mani a chi non ha acquistato il biglietto pensando che non ne valesse la pena.

Official

Facebook

LEON SETI: commentando l’album “Genuflection” insieme all’autore

Leo Baldi, in arte LEON SETI, ha 22 anni, è nato e cresciuto ad Arezzo e ora vive e studia in Inghilterra. Le sue attitudini alla musica e al canto si sviluppano nella cittadina natale grazie a prime esperienze in vari generi, anche metal; nel lasciarsi alle spalle il “nido” toscano decide di mettere in valigia quella che ormai è diventata una grande passione e riniziare da capo con un progetto solista.

“Leon” è la veste di questo nuovo percorso. Dal 2015 la sua camera inglese è pervasa da vibrazioni elettro-pop, che fruttano una serie di takes e singoli su piattaforme come Bandcamp e Soundcloud. A sostenere e ad arricchire le sperimentazioni vocali di Leon ci sono due fedeli compagni: un computer e una tastiera midi. E in questi due anni il giovane Baldi ha fatto (quasi) tutto da solo. Una nota di merito che contribuisce ad aumentare la godibilità di certi suoi pezzi.

La prima vetta del cursus di Leon è stata toccata recentemente con la pubblicazione di un album. Dopo una “campagna pubblicitaria” condotta con entusiasmo dall’artista stesso e dopo alcune presentazioni in radio e articoli, Genuflection è stato presentato al pubblico internauta il 28 Aprile di quest’anno. Il disco, per ora disponibile solo in formato digitale, presenta una tracklist di 10 brani, di cui alcuni erano già stati palesati individualmente nei mesi precedenti, come “Raining” e “6”. L’evento ha coinciso con una modificazione nel nome dell’artista: “Leon” è divenuto LEON SETI.

La prima cosa che salta all’occhio è il titolo dell’album: “genuflessione”. Un termine insolitamente complesso, almeno per quanto riguarda un’opera pop. Nella cover vediamo LEON SETI prostrato sotto il titolo, come a voler rendere omaggio al suo stesso lavoro. Leon è stato molto reticente in merito al titolo, consegnando il significato alla libera interpretazione dell’ascoltatore. Un’azione che evoca profondo rispetto e devozione? O forse solo l’allusione a contesti molto più profani? L’idea di lasciare questo nome immerso nella sua ambiguità deve divertire molto il buon Baldi. E sinceramente diverte anche me.

Mi era stato chiesto di scrivere una recensione di Genuflection. Tuttavia ho pensato di chiedere a Leon un suo commento su ognuno dei dieci pezzi dell’album, di modo da rendere più interessante e autentico il tutto. Ho quindi integrato le mie impressioni con le descrizioni dell’artista.

Ad aprire le danze c’è “Flamebird”, uno dei “singoli”. La sequenza di accordi di synth del pezzo è lo sviluppo di un giro che Leon si porta dietro da quando aveva sedici anni, più precisamente da quando mise per la prima volta le mani su una tastiera sua. Una di quelle idee martellanti e ossessive che ha trovato finalmente la sua realizzazione. A parte il ritornello, sicuramente uno dei più riusciti dell’album, è davvero interessante il riff del bridge nella seconda metà del brano.

Devo dire che ho apprezzato maggiormente “Under”, sia per la costruzione delle armonie vocali, sia per la ricchezza di suoni, a dimostrazione che non siamo di fronte al solito pop trito e ritrito in cui è la voce ad avere l’esclusiva su tutto il resto. <<Under è ispirata a Banks, un’artista che adoro. La canzone doveva chiamarsi Going Under You in onore dell’espressione to go under usata da Nietzsche, ma non volevo che si collegasse a un’altra canzone di Lady Gaga che ha la stessa sigla G.U.Y.>> La formazione da filosofo si fa sentire insieme a quella da irriducibile poppettaro.

Temi ricorrenti in Genuflection sono la solitudine e i momenti di tristezza. “Somebody looked for you” parla proprio di questo, riferendosi in particolare a un periodo della vita di Leon. Un periodo “passato a guidare senza meta in macchina di notte con la musica a palla”. Il suo intento era quindi rievocare le sensazioni di quelle notti.

Si prosegue con un omaggio alla musica celtica (“Call of the wind”, un brano che ha un sapore piuttosto tribale, caratterizzato da melodie di flauti sintetici molto interessanti e frasi ripetute a mo’ di litanie) e con la titletrack: si respira qui un’aria molto più aperta, spensierata, quasi allegra (non vorrei sbilanciarmi troppo…); a questo pezzo il ruolo di fare da cardine tra le due metà del disco, quella <<depressa e aggressiva>> e quella <<tranquilla e spenta>>. Davvero un’ottima prova vocale. A mio avviso il pezzo più divertente, originale e “carico” di tutta la scaletta.

“6” e “Raining” sono gli altri due singoli che erano stati pubblicati in precedenza. Con “6” l’aria si fa calda, sensuale. <<Aveva un altro titolo ma ho scelto di censurarla. Il pezzo gira intorno al beat e alle bent strings modificate. Volevo scrivere un pezzo sensuale e strano allo stesso tempo dopo aver scritto flamebird e 6 è il risultato.>> In “Raining” c’è un primo contributo esterno: la chitarra di Marco Freni, che a detta di Leon è stata registrata in one take senza nessuna prova precedente. L’atmosfera evoca abbastanza bene il senso della pioggia, con singole note di synth che rimandano a gocce d’acqua che si infrangono sul terreno.

Molto suggestiva la strumentale “Morning Frost” , basata per l’appunto su una fredda e silenziosa mattina di Dicembre, carica di attesa. <<C’era la brina ed ero molto ansioso perchè dovevo registrare dei pezzi con dei miei amici per la prima volta>>.
L’ossessivo basso di “Apathy” è la nota più interessante di un pezzo che non è apatico solo nel nome. La sensazione trasmessa è a quanto pare volontaria (<<è una canzone molto personale e forse quella che più rispecchia l’album nei suoi temi di stanchezza e noia>> ), ma questo non riesce a giustificare la monotonia del brano, che è quello che rimane meno impresso.

In chiusura abbiamo “Mother: la struttura essenziale e la voce coinvolgente ed emozionante lo rendono assolutamente unico nella sua dolcezza e sensibilità. <<“Mother” doveva essere registrata con il pianoforte, ma non sarei stato capace di rendere onore ai tasti con la mia scarsissima abilità da pianista. Il suono che ho creato di conseguenza mi è piaciuto così tanto da non voler mettere altro nel pezzo se non la voce e il suono finale, registrato da Giovanni D’iapico. Il testo parla di mia mamma.>>

Il primo grande traguardo di LEON SETI è molto interessante. Armato solo delle sue abilità (come abbiamo visto le collaborazioni sono ben poche) canore e compositive, il giovane aretino ha confezionato un lavoro che, nei suoi alti e bassi, lascia diverse sensazioni. Brani come “Call of the wind”, “Genuflection”, “Raining” e “Mother” coinvolgono a tal punto da farti sprofondare nel complesso mondo di questo artista, da cui ne esci con una strana ambivalenza di malinconia e pace dei sensi. Sedersi a riflettere sotto la pioggia, un pensiero rivolto al passato, uno al presente e uno al futuro: questa potrebbe essere un’immagine adeguata per “raccontare” le atmosfere di Leon.
Gli episodi meno avvincenti ci sono eccome, ma il talento è indiscutibile. Leo Baldi canta bene, ama sperimentare con suoni e beat e, tra studi di filosofia, vita fuori porta e grande sensibilità, ne ha davvero tante di cose da cantare e trasmettere. Non perdetelo di vista, potrebbe davvero sorprendere in futuro.

L’album Genuflection è disponibile su Itunes, Spotify, Bancamp e Amazon. Potete trovare i link all’album nella pagina facebook di LEON SETI.

Facebook

Youtube

Bandcamp

 

 

Porcelain Raft: le tre date del tour italiano di Microclimate

Porcelain Raft sarà nei prossimi giorni in Italia per promuovere il nuovo album, Microclimate, uscito il 3 Febbraio. Padova, Roma e Carpi sono le tre città che riecheggieranno dell’elettro-pop del progetto di Mauro Remiddi.

Remiddi è un musicista romano appassionato di elettronica e dream pop. Dopo aver gettato le fondamenta della sua carriera in Italia si è trasferito stabilmente in America; a Brooklyn ha messo su famiglia e ha sviluppato Porcelain Raft. Grazie a questo progetto, Remiddi si è affermato come uno dei più apprezzati tra gli artisti internazionali indipendenti.

Il 3 Febbraio 2017 è stato pubblicato Microclimate, anticipato dal singolo “Distant Shore”. Terzo capitolo della “saga” Porcelain Raft (i primi due erano Strange Weekend del 2012 e Permanent Signal del 2013), l’album, marchiato dalla label indipendente Factory Flaws, si compone di 11 tracks. Ognuna di esse evoca realtà esotiche e lontane, corrispondenti alle destinazioni di alcuni viaggi di Remiddi: Barbados, l’isola indonesiana di Bali, il Big Sur californiano… tra i synth e le melodie oniriche e rarefatte di Microclimate vengono ricamate le trame di scenari che hanno colpito profondamente l’artista italo-americano. Suoni puliti, rifiniti e avvolgenti vi garantiranno brevi e soddisfacenti viaggi nelle fantasie della mente.

Di segutio le tre date del tour italiano che Radar Concerti ha recentemente annunciato:

15 maggio – Blackmarket, Roma

16 maggio – Parco Della Musica, Padova

17 maggio – Mattatoio Culture Club, Carpi (MO)

Facebook

 

Caparezza: annunciato nuovo album e relativo tour

Già da un paio di mesi sulla pagina ufficiale spuntavano foto di “lavori in corso” e registrazioni in studio. Ora le speranze e le congetture si sono risolte in certezza: Michele Salvemini, in arte Caparezza, sta tornando. Il prossimo 15 Settembre uscirà il settimo album ufficiale del Capa, che sarà seguito da un primo tour nazionale.

Negli ultimi quindici anni e passa il Capa ci ha sempre donato lavori di altissimo livello, quasi come pegno di espiazione per la sua passata carriera nelle fattezze di Mikimix. Lungo tutto il percorso che va da !? Museica è davvero raro trovare elementi di bassa qualità. Michele si avvia ormai verso la metà dei quaranta, si è reso conto che è “troppo tardi” per fare determinate cose e seguire certi obiettivi, ma non ha mai dato finora segni di tentennamenti o indecisioni. Il suo fanclub si è ampliato enormemente dall’Eretico Tour in avanti, gli stilemi rap e hip-hop si sono evoluti, o meglio, sono confluiti in un più versatile ed eclettico panorama rock e le esibizioni live sono diventate dei veri e propri spettacoli musico-teatrali, arricchiti da musicisti eccezionali e da un Diego Perrone (seconda voce) che costituisce un supporto davvero notevole.

Sul merito del nuovo lavoro discografico non ci è ancora dato sapere nulla. Va altresì detto che anche solo la consapevolezza di poter rivedere sulla scena il rapper molfettese ha entusiasmato migliaia di fan, rimasti col fiato sospeso per tre lunghi anni dopo lo spettacolare Museica Tour, lodato da pubblico e critica. Ci troveremo di fronte qualcosa di totalmente nuovo rispetto ai lavori precedenti? Già Museica strizzava l’occhio ai generi più disparati, dall’hard rock al metalcore. Le aspettative sono molto alte, soprattutto perché Caparezza non le ha mai deluse. Nell’attesa di notizie più soddisfacenti sul nuovo album vi lasciamo con le date del tour.

-17 novembre, Ancona – PalaPrometeo Estra
-18 novembre, Bari – PalaFlorio
-24 novembre, Firenze – Mandela Forum
-25 novembre, Bologna – Unipol Arena
-28 novembre, Napoli – Palapartenope
-29 novembre, Roma – PalaLottomatica
-1 dicembre, Montichiari (BS) – PalaGeorge
-2 dicembre, Padova – Kioene Arena
-6 dicembre, Milano – Mediolanum Forum
-7 dicembre, Torino – Pala Alpitou

Facebook

Official

VonDatty: le sue “ninnananne” ci accompagneranno tra realtà e sogno dal 5 Maggio

Si intitola “Ninnananne” l’ultimo capitolo della trilogia musicale di VonDatty, giovane cantautore romano. Trilogia che l’artista avviò nel 2012, a soli 21 anni, con l’EP “Diavolerie”. Seguì nel 2014 il più completo “Madrigali”. Ora, l’ultimo atto sarà disponibile al pubblico a partire dal 5 Maggio prossimo venturo.

VonDatty, detto “il Barone”, nasce nel 1991 nella provincia romana. Dopo un’esperienza come cantante in una band , inizia molto giovane la carriera solista col già citato Ep “Diavolerie”. Si scava negli anni un posto nella scena indie ungerground di Roma, arrivando a condividere il palco con artisti anche di un certo calibro, come Le Mura e Motta. “Ninnananne” viene concepito nell’estate 2016 e vede ora la luce anche grazie al prezioso contributo del fonico e produttore Fabio Martini.

Si chiude così un percorso che ha impegnato VonDatty per cinque anni della sua vita. L’autore ha nominato questo percorso Trilogia della notte”. Racconta una crescita, da una fase più spensierata d’infanzia (“Diavolerie”) ad una adulta, più greve e consapevole (“Ninnananne”). “Diavolerie” era molto istintivo e quieto, aperto ad ogni tipo di sperimentazione, come lo sa essere un bambino; già in “Madrigali” si sentiva tutto un altro tipo di energia, quella rabbia e passione che bruciano il cuore di un adolescente; e adesso, con “Ninnananne”, scende la notte e con lei la maturità e i pensieri più pesanti. Ma la vera crescita che risalta sopra tutto questo è quella dell’artista in carne ed ossa: VonDatty è maturato enormemente in questi sette anni; il suo controllo della voce è notevolmente migliorato (tanto che ora è molto più accattivante e particolare rispetto ai primi lavori), ma dell’evoluzione hanno beneficiato anche la ricerca dei suoni e la capacità di scrittura delle liriche.

In tutta la “Trilogia della Notte” i due grandi protagonisti sono la Notte e il Sonno, eterni termini di un rapporto alternativamente cordiale e conflittuale. A VonDatty interessa particolarmente la conflittualità di questo rapporto, che diventa tema centrale delle sue creazioni. Come in una nottata turbolenta, realtà e sogno si scambiano e confondono continuamente; una sensazione che il Barone ha provato a instillare nelle sue canzoni. Messa da parte la volontà di stupire l’ascoltatore, ora il fine è quello di lasciare emozioni durevoli a fine ascolto, di imprimere un’impronta nella mente del “pubblico”.

Vediamo nel particolare cosa ci ha elargito VonDatty. Il disco è composto da undici tracce che perlopiù non superano i tre minuti di lunghezza. Le suggestioni più grandi sono regalate dalle melodie delle chitarre e dalla voce del Barone, che trovo particolarmente interessante.
L’apertura è inquietante: cacofonie e rumori elettronici vanno e vengono senza un’apparente logica, disturbando (volutamente) quella che è una brevissima elegia accompagnata da un ukulele. Come quando guidate in autostrada, ascoltate la radio ed entrate in una galleria; o come quando mettete su un vecchio vinile e la polvere e gli anni interferiscono con la sua corretta riproduzione; ecco, questa è più o meno la sensazione del brano.
Molto più aperti e accomodanti i brani successivi. In generale la qualità è molto alta, sia come arrangiamenti che come voci. “Grigio perla” e “ProfumoNew” (in cui abbiamo il primo dei due feat dell’album) sono due ottime canzoni. La prima è considerata dallo stesso autore una delle sue preferite e delle più soddisfacenti del disco. E a ragione. Il testo, molto apprezzabile, è accompagnato da un bellissimo connubio di chitarre e contrabbasso. La seconda, ProfumoNew, vede la partecipazione di Sarah Moon, che arricchisce il brano con le sue armonie vocali.

“Non credere ai fiori” rimane in testa. E per molto. Sarà il riff di tastiera, estremamente radiofonico, o il ritmo countrieggiante, alla fine risulta essere uno dei pezzi migliori, sicuramente uno di quelli più caratteristici: “dolce”, anche divertente, per quanto riguarda le musiche, “amaro” per quanto invece riguarda le parole. L’autore ha dichiarato la sua paura che il pezzo passasse come “ruffiano” o “allegro”, quando invece è uno dei più cattivi. Io penso che il saper combinare stili differenti ottenendo un effetto comi-tragico (pensiamo a divertentissimi pezzi dei Beatles che parlano di omicidi, come “Maxwell Silver Hammer”) sia una virtù, più che un errore.

Si prosegue con bluesacci sporchi che ammiccano ai Black Keys (“Wonderland”) e componimenti sempre di qualità. Interessanti le parole che VonDatty spende riguardo a “Ad ogni piccola morte”: <<Il pudore mi aveva sempre impedito di toccare l’argomento “sesso” nelle canzoni, qui, nel primo brano in assoluto che ho scritto dopo molto tempo senza scrivere nulla, l’ho voluto tirar fuori in maniera abbastanza velata e leggermente sentimentale, facendo riferimento alla “petìt mort”, ovvero un modo dire francese che indica l’orgasmo. Mentre la registravo ho trovato una grandissima forza nell’urlare “io sono fragile”, credo che al giorno d’oggi una dichiarazione del genere in una canzone, se fatta con sincerità, sia prova di grande coraggio.>>

Sul finale abbiamo “La pietà”, un’ entusiasmante avventura piratesca a cui si aggiunge anche Daniele Coccia. Una vera perla, tanto che dovrebbe sentirsi offesa (o onorata) per essere stata posta in conclusione della tracklist. E poi c’è la “Prima Ninnananna sotto terra”, che risponde alla “ninnananna” di apertura e chiude definitivamente un cerchio, la cui circonferenza va ben oltre il singolo album: viene concluso finalmente il primo grande percorso del Barone. Un percorso che, visto quest’ultimo atto, risulta a conti fatti davvero encomiabile.

“Ninnananne” ti fa domandare più volte il perché quest’uomo sia così poco conosciuto. Il tenore di qualità sempre più o meno alto e costante, una certa originalità nelle orchestrazioni e nei cantati e la capacità di VonDatty di coinvolgerti nei suoi viaggi contribuiscono tutti a rendere l’album un prodotto di alto livello. Questo mondo, a volte onirico a volte crudamente realista, appassiona, emoziona. Mi auguro che questa conclusione rappresenti solo una prima tappa di una gran bella carriera.

TRACKLIST

1. Prima ninna nanna sulla terra
2. Grigio perla
3. Profumo feat. Sarah Moon
4. Dalla carne
5. Non credere ai fiori
6. Wonderland
7. La parte mancante
8. Ad ogni piccola morte
9. Il peso delle labbra
10. La pietà feat. Daniele Coccia
11. Prima ninna nanna sotto terra

Facebook

YouTube

 

Kamasi Washington: l’estratto Truth e la bellezza della diversità

L’elegante sassofono e il genio compositivo di Kamasi Washington stanno tornando: quest’ estate il giovane jazzista afroamericano pubblicherà l’EP “Harmony of Difference”. L’incarico di preannunciare l’evento è stato assegnato a “Truth”, estratto dal sesto movimento della suite suddetta, pubblicato dal canale youtube dell’artista: un brano di 14 minuti, riassuntivo delle composizioni presenti nell’EP.

Kamasi è nato nel 1981 a Los Angeles e a L.A si è formato e raffinato nella musica jazz. Le sue abilità nel suonare il sax e nell’improvvisazione gli hanno permesso di affermarsi come talentuoso session-man. Negli anni passati sono stati diversi gli artisti a richiedere la sua presenza sul loro palco o nei loro studi di registrazione: da Snoop Dog a Laurin Hill (per citarne solo una minima parte), il sassofono di Washington ha cavalcato e domato i generi più disparati; senza tuttavia dimenticare quella che è la sua casa, il jazz. Nel 2015 Kamasi decide di giocare finalmente il ruolo da protagonista e pubblica il triplo album “The Epic. Sebbene avesse precedentemente prodotto altri album solisti, nessuno dei predecessori era mai riuscito ad ottenere il successo di The Epic. Quasi tre ore di un’avventurosa commistione di generi (dal jazz, al funk al bebop) composta ed eseguita in modalità originali e d’avanguardia, tanto da riscuotere un ampio consenso persino al di fuori della circoscrizione jazz. Sia in Europa che in USA, il fenomeno The Epic riesce ad incontrare i gusti di pubblico e critica e viene riconosciuto come uno dei migliori lavori degli ultimi anni. La rivista Downbeat nel 2016 assegna all’album tre premi come Miglior Album, Miglior Artista Jazz Emergente e Miglior Sassofonista Emergente.

Dopo un simile successo, l’asticella da dover raggiungere per non smentirsi è molto in alto. Washington è ormai un musicista affermato e pluripremiato e a questi livelli il rischio di “adagiarsi sugli allori” è dietro l’angolo. Ma a giudicare dall’anteprima Truth non è questo il caso. Il pezzo riprende tutti gli stilemi di Kamasi che hanno affascinato il pubblico internazionale ed esplora ai massimi livelli la tecnica del contrappunto; tecnica che Kamasi definisce “l’arte di bilanciare similitudini e differenze per creare armonia tra melodie separate”. Ed ecco che una tecnica di combinazione di differenti melodie viene convertita in un messaggio profondo, un’invito alla pace e all’armonia tra i popoli. E’ lo stesso Washington ad augurarsi che quello che accade nella sua musica possa accadere anche tra gli uomini, che si arrivi alla conquista teorica del fatto che le differenze possono generare armonie, non per forza contrasti. A colonna di rinforzo di questo interviene il video di Truth, un cortometraggio girato dal giovane regista spagnolo A. G. Rojas. Possiamo così assistere ad una sequenza di riprese e primi piani di soggetti e situazioni differenti, legati da un unico filo conduttore: la diversità. E la valorizzazione di essa come arricchimento di una comune umanità.

Kamasi Washington è ormai un simbolo, l’esempio perfetto di come generi generalmente “elitari” come il jazz e la fusion possano divenire popolari senza perdere minimamente in qualità ed eleganza, nonché farsi veicoli di messaggi importanti e universali.

Dopo la pubblicazione dell’EP, Kamasi Washington verrà a portare il suo jazz anche in Italia, in quattro date imperdibili per gli amanti del genere e non. L’ 8 Luglio sarà al Lucca Summer Festival insieme a Lauryn Hill, il 17 Luglio Villa Ada (ROMA), il 18 Luglio al Bari Jazz (BARI) e il 19 Luglio al Botanique Festival di BOLOGNA.

Ed ora godetevi un viaggio di pochi minuti nel cuore della musica. E nel cuore dell’umanità. Signore e signori, a voi “Truth”.

Official

Facebook

Eurovision Song Contest 2017: a rappresentare Cipro sarà Hovig

Hovig Demirijian, in arte Hovig, rappresenterà l’isola di Cipro all’Eurovision Song Contest. Canterà il suo singolo “Gravity”.

Hovig nasce nel 1989 a Nicosia, capitale di Cipro. Oltre a quello cipriota, nelle sue vene scorre anche il sangue armeno del padre. Il primo singolo che lo lancia nel mondo della musica risale al 2009 ed è “Den mou milas alithina”. Dopo la pubblicazione di questo primo brano, Hovig intraprende la via dei talent e partecipa alla seconda edizione dell’X Factor greco; il suo percorso nel programma risulta piuttosto fortunato, incontrando l’eliminazione solo all’undicesima puntata. L’esclusione non scoraggia il giovane cipriota, anzi lo spinge ad avviare la carriera da solista. Una serie di apprezzabili singoli in lingua greca e dalle sonorità “balcaniche” gli permette di esibirsi in tour internazionali tra Grecia, Russia e Medio Oriente.

Il rapporto con gli Eurovision era già iniziato nel 2010, con un primo tentativo nel quale si era classificato terzo. Ci riprova nel 2015 ma ancora non ottiene il risultato sperato. D’altra parte, non c’è due senza tre: il 21 Ottobre 2016 viene finalmente confermato campione cipriota per gli Eurovision di Kiev.

Il singolo, “Gravity”, è stato scritto da Thomas G:son, già affermato songrwriter di passati partecipanti degli Eurovision, ed è in lingua inglese. Il turno di Hovig e di Cipro sarà nella prima semifinale del 9 Maggio.

Eurovision Song Contest 2017: per la Svizzera suoneranno i Timebelle

C’è anche un po’ di orgoglio romeno nella band svizzera Timebelle, i grandi selezionati della terra dei cantoni per l’Eurovision Song Contest di quest’anno. La frontwoman, Miruna Manescu, e  il polistrumentista, Emanuel Daniel Andriescu, sono infatti di origini romene. Il loro brano, “Apollo”, è stato premiato a Zurigo e decretato meritevole di salire sul palco di Kiev.

La band, oltre ai già citati Manescu e Andriescu, comprende anche il batterista Samuel Forster. Era nata in origine come una boy band di cinque membri dell’Università di Berna. Alla formazione si è poi aggiunta Miruna con la sua bella e potente voce. I Timebelle erano già conosciuti nel circuito nazionale per la loro precedente partecipazione alla finale svizzera del programma di selezione per gli Eurovision del 2015, dove erano arrivati secondi. Sempre nel 2015 era uscito il primo EP della band. L’occasione degli Eurovision 2017 potrebbe rivelarsi enorme per accrescere la fama del gruppo.

Il brano “Apollo” è in lingua inglese ed è un canonico pezzo elettropop, con un ritornello molto potente e accattivante. I Timebelle si esibiranno nella seconda semifinale dell’11 Maggio.

 

Eurovision Song Contest 2017 – le olandesi O’G3NE canteranno il loro singolo “Lights and Shadows”

L’Olanda sfoggerà all’ Eurovision Song Contest 2017 le O’G3NE. La partecipazione del trio femminile è stata annunciata ad Ottobre dall’emittente olandese AVROTROS. Sul palco di Kiev porteranno il brano “Lights and Shadows”.

Il terzetto è composto da sorelle:Lisa, Amy e Shelley Vol (le ultime due sono gemelle). Dotate di voci straordinarie e capaci di armonie vocali molto particolari, le Vol si sono sempre dedicate alla musica. Nella loro giovanissima carriera (la più grande, Lisa, ha 22 anni) hanno già ottenuto un grande successo: dopo aver pubblicato due album, di cui il primo a circa 12 anni di età, nel 2014 hanno partecipato a The Voice of Holland, guadagnandosi il primo posto e diventando delle celebrità nazionali. Il singolo dell’occasione, “Magic“, raggiunse la terza posizione delle classifiche olandesi. Tra le altre cose, fu in quel momento che il trio adottò il nome d’arte con cui ora sono conosciute, che altro non è che il nome del gruppo sanguigno che le lega.

Il 30 settembre 2016 è uscito il loro terzo album, “We Got This”. Con quest’ultima impresa si sono accaparrate di diritto il ruolo di rappresentanti del loro paese agli Eurovision. Inizialmente non erano trapelate notizie intorno al singolo che le sorelle Vol avrebbero portato. Solo a Marzo è uscito il video ufficiale di Lights and Shadows.

Le O’G3NE canteranno nella seconda semifinale del 11 Maggio.