Allarme Smart Toys. FBI: in pericolo la privacy di oltre 800mila bambini.

Oggi qualsiasi dispositivo in grado di connettersi a internet è potenzialmente violabile dagli hacker, in modo particolare i giocattoli intelligenti, a cui ancora poca attenzione è stata dedicata dal punto di vista della cyber security.

Il rischio è che un hacker possa ottenere il controllo del dispositivo ed acquisire immagini, video e audio dei piccoli alle prese con il giocattolo.

Infatti, i giocattoli smart possono raccogliere numerose informazioni che troppo spesso non si sa dove vengono salvate e soprattutto se il produttore le vende o le cede a terze parti. Una situazione analoga si è verificata qualche mese fa con l’orsacchiotto intelligente CloudPets che ha messo in pericolo la privacy di oltre 800mila bambini.

Attraverso la divisione Internet Crime Complaint Center (IC3), l’FBI ha lanciato un nuovo allarme relativo ai giocattoli collegati a Internet, gli smart toys. Come spiegato nella nota, infatti, i moderni giocattoli possono mettere in pericolo la sicurezza dei minori: “Questi giocattoli tipicamente contengono sensori, microfoni, fotocamere, componenti di archiviazione dati e altre funzionalità multimediali, tra cui riconoscimento vocale e opzioni GPS. Queste caratteristiche potrebbero mettere a rischio la privacy e la sicurezza dei bambini a causa della grande quantità di informazioni personali che potrebbero essere divulgate involontariamente”.

Il Federal Bureau Investigation suggerisce di verificare se il microfono e la fotocamera sono spenti quanto il giocattolo non è utilizzato.

I dati acquisiti per mezzo dei giocattoli tecnologici, comprendono anche dati sensibili dei minori. Spesso l’autorizzazione alla raccolta e trattamento viene fornita attraverso una banale autorizzazione data spesso in maniera distratta, ma la questione più grave è che potrebbe essere prevista anche la cessione degli stessi a soggetti terzi, come le aziende che si occupano del software di riconoscimento vocale incorporato nei giocattoli.

Spesso il microfono di cui sono dotati questi giocattoli può registrare tutte le conversazioni che avvengono nell’ambiente casalingo, come il nome del bambino, i propri gusti, la scuola frequentata e via dicendo, che possono essere facilmente integrati ad altri dati forniti in fase di registrazione, come data di nascita, foto profilo, indirizzo di casa. Il GPS si occupa poi di tracciare costantemente la posizione del bambino in tempo reale, minando ancora una volta la sua sicurezza. Il problema, al di là della cessione dei dati quasi involontaria o comunque non correttamente informata, è rappresentata soprattutto dall’insicurezza della trasmissione dei dati, favorendo quindi l’opportunità a malintenzionati di carpirli e utilizzarli in maniera malevola. La crittazione e i certificati digitali di tutti i dati trasmessi attraverso WiFi o Bluetooth non sarebbero sufficientemente sicuri, fa sapere l’FBI, che sottolinea: “La crittazione della comunicazioni tra giocattolo, access-point WiFi, server Internet che immagazzinano dati o interagiscono con il giocattolo è cruciale per mitigare il rischio di penetrazione di hacker o intercettazioni su conversazioni e messaggi”.

A difesa dei minori e della loro sicurezza, l’FBI ha fornito una serie di accorgimenti da seguire per comprendere se il giocattolo sia o meno sicuro, dall’utilizzo di sole reti WiFi protette all’uso di PIN o password durante il pairing Bluetooth, dall’utilizzo di crittazione dei dati al rilascio di patch e aggiornamenti. Prima di regalare uno smart toy è bene leggere le condizioni d’uso che devono prevedere che le aziende diano informazione circa eventuali cyber-attacchi, notifiche in caso di scoperte di vulnerabilità, la dichiarazione di dove vengono immagazzinati i dati e chi vi ha accesso. Per i genitori è bene garantire la privacy dei propri figli spegnendo il giocattolo quando inutilizzato, impostando password sicure al momento della creazione degli account, evitando di fornire troppi dati se non necessario.

Ecco un esempio di recenti casi criminali che hanno messo in luce molti sospetti al riguardo, legati agli smart toys: My Friend Cayla insignito del premio come miglior giocattolo del 2014 in Norvegia e Svezia, è stato criticato per non prevedere l’inserimento di un PIN durante il pairing con dispositivi Bluetooth, permettendo a chiunque effettuare un’intromissione (tra l’altro anche l’informativa sul trattamento dei dati sarebbe risultata lacunosa). Per questo motivo ne è stata sospesa la vendita in Germania. Altro caso quello di Hello Barbie che un anno prima aveva messo a repentaglio la privacy dei minori con lacune simili di cui era affetto anche il robottino BB-8 di Star Wars. Come non citare CloudPets, simpatici peluche in grado di registrare le voci dei bambini e gestire numerosi altri dati raccolti condividendoli su un database pubblico chiamato MongoDB senza alcun tipo di protezione.

Per ora manca all’appello un caso di vera violazione che veda come vittima i minori,  al momento si parla solo di rischio potenziale.

Tracce di crimini d’odio

 

Ecco come l’odio in Rete, apparentemente cosi distante, ininfluente, raggiunge la realtà fisica-sociale, concretizzandosi in forme di violenza, non solo verbale.

L’attacco sui fedeli usciti dalla Moschea,  questa notte a Londra, ne è un esempio. O almeno cosi sembra..

Un uomo si sarebbe scagliato con il suo furgone contro un gruppo di persone uscite da una Moschea dopo la preghiera, investendo alcuni fedeli e gridando di voler uccidere tutti i musulmani.

Il bilancio per ora è di un morto e dieci feriti.

Per il Muslim Council of Britain, punto di riferimento istituzionale della numerosa comunità islamica del Regno Unito, non ci sono del resto mai stati dubbi: quelle persone sono state colpite «deliberatamente», aveva denunciato l’organizzazione quasi subito in una nota, per poi rincarare la dose ed evocare «una violenta manifestazione d’islamofobia», con la richiesta alle autorità di garantire maggiore «protezione alle moschee».

Il sindaco di Londra, Sadiq Khan, ha condannato il «terribile attacco terroristico contro persone innocenti».

I crimini generati dall’odio o più semplicemente i crimini dell’odio, dall’inglese “hate crimes”, ricomprendono tutte quelle violenze perpetrate nei confronti di persone discriminate in base ad appartenenza vera o presunta ad un gruppo sociale, identificato sulla base, dell’etnia, della religione, dell’orientamento sessuale, dell’identità di genere o di particolari condizioni fisiche o psichiche.

Il Regno Unito non ha una legislazione chiara in merito.

Tuttavia poco tempo fa è stato varato un nuovo regolamento dalla polizia della Greater Manchester che equipara le discriminazioni in base alla “subcultura” di appartenenza a quelle fatte per razza, religione, disabilità e orientamento sessuale, facendole rientrare quindi nella categoria dei crimini d’odio.

La serie di attentati terroristici di stampo jihadista, stanno creando, in questi ultimi anni, una forte percezione d’insicurezza all’interno delle comunità di tutto il mondo, evidenti tentativi di ricostruire confini fisici e culturali, gruppi tribali, “muri” psico-emotivi.

Forme di chiusura che però, in un mondo globalizzato, diventano difficili da mettere in pratica ed ecco che la violenza diventa cosi uno strumento di auto-difesa, un modo per cercare a tutti i costi una giustificazione ai disastri che caratterizzano la nostra quotidianità, un nemico da eliminare ( il musulmano, in questo caso) etichettato subito come un terrorista, responsabile delle numerose morti, esclusivamente sulla base del suo credo religioso e/o modo di vestire.

Tutto ciò ci costringe quindi ad un continuo confronto con noi stessi, con le Istituzioni, di conseguenza emerge un sentimento di malessere ed insicurezza sociale, che non possono essere esorcizzate facilmente come spiriti maligni. Il rischio è di ritrovarsi a combattere contro tutto e  tutti.

Attenzione però, che l’uso della parola “odio” puo’ trarre in inganno e far ritenere che l’indagato debba provare un sentimento di odio verso la vittima o il gruppo cui essa appartiene, affinché il reato possa rientrare nel concetto di crimine ispirato dall’odio. Non è cosi.

Il fattore che trasforma un reato comune in un crimine ispirato dall’odio è il processo di selezione della vittima da parte dell’autore dell’illecito, che deve essere basato sulla discriminazione o sul pregiudizio verso il gruppo cui essa appartiene.

Ecco che tentare prima di tutto di costruire un racconto giornalistico chiaro, meno spettacolarizzato e un’analisi chiara ed efficace su tematiche cosi complesse come immigrazione, insicurezza sociale e terrorismo, significa innanzitutto conoscere ed informarsi, confrontarsi quotidianamente sui fenomeni sociali e politici, elaborare e riflettere su nuove e vecchie teorie e percezioni, incoraggiare a ri-considerare nuove analisi e letture del sociale.

Significa ,allo stesso tempo, spogliarsi almeno per un attimo di tutti quei luoghi comuni, linguaggi d’odio e paure che caratterizzano la nostra quotidianità, la nostra politica, la nostra cultura e che nel tempo si sono rafforzate; luoghi comuni, semplici pre-concetti che si sono alimentati nel tempo attraverso propagande, false emergenze e narrazioni mediatiche che ripropongono un’idea distorta della realtà.

Solo in questo modo potremo tentare di dare una lettura più oggettiva possibile al complesso fenomeno in analisi e provare cosi a riconoscere l’Altro come “soggetto sociale”, mettendo in pratica un tipo di comunicazione-relazione fondata sull’empatia, che rifiuta i luoghi comuni.

Scienza e giornalismo nell’era della post-verità

Nell’epoca dell’informazione istantanea, delle fake news e della post-verità, il giornalista che voglia raccontare la scienza deve innanzitutto sapere individuare l’estensione del concetto di scienza, cioè saper distinguere ed analizzare quelle scoperte, sperimentazioni, teorie che abbiamo il carattere della scientificità.

Nel sintagma “giornalismo scientifico”, la parola “scientifico” non qualifica la modalità dell’attività del giornalista, ma la materia che viene trattata dal giornalista.

Dunque, il primo passo è sia capire cosa è scienza e cosa invece non lo è, sia (ri)conoscere il metodo scientifico, altrimenti andrà sempre più a rafforzarsi (online ed offline) quella percezione di insicurezza, di smarrimento, quell’overload informativo che rende tossico l’ambiente digitale, quindi l’idea che si possa e si debba a tutti i costi parlare di tutto, ovunque, legittimando le tesi più aberranti.

Karl Popper, epistemologo e filosofo austriaco, elaborò il criterio di falsificazione, secondo il quale, una teoria è scientifica solo se è falsificabile, un sistema è empirico solo se controllato dall’esperienza; ciò consente poi alla fine di stabilire una distinzione tra scienza e pseudoscienza, consapevoli del fatto che la scienza può cadere in errore e che la pseudoscienza può, spesso per caso, trovare la verità.

Come criterio di demarcazione, non si deve prendere la verificabilità, ma la falsificabilità di un sistema.

George Claassen , professore presso il Dipartimento di Giornalismo dell’Università di Pretoria (Sudafrica), ha fornito varie indicazioni/raccomandazioni utili per il giornalista scientifico.

Ecco i punti principali del primo vademecum del giornalista scientifico:

-essere accurati nel testo e nel paratesto;

-distinguere la scienza codificata ( conoscenza scientifica consolidata, sulla quale lo scienziato basa la propria ricerca) dalla scienza di frontiera (insieme delle ricerche scientifiche concluse da poco, che quindi non sono state oggetto di controlli da parte della comunità scientifica);

-riconoscere il metodo scientifico e assicurarsi che vi siano sufficienti prove, evitando la pseudoscienza;

-non confondere l’equilibrio con l’equidistanza (essere equidistanti, ma dare credito alla posizione che sia maggiormente confortata da prove scientifiche.

-non accentuare nel racconto solo gli elementi positivi o dare eccessiva importanza a casi singoli e aneddoti;

-essere in grado di leggere la limitatezza di un’indagine scientifica e metterla in relazione con il resto degli studi dello stesso settore;

-non confondere un risultato indiretto con un risultato direttamente riguardante la salute delle persone;

– non ignorare i conflitti d’interesse: è fondamentale domandarsi chi abbia finanziato lo studio.

Nell’era dei Big Data, la verità sembra continuamente spostarsi, dimenticandosi della prova empirica, raggiungendo cosi un sistema di modellizzazione basato sui dati.

La “datacrazia”, di cui parla il sociologo De Kerchove, aiuta la verità, ma solo se c’è piena trasparenza, intesa come impossibilità di rifugiarsi nella menzogna.

Avanza sempre più la necessità di un nuovo ordine politico dove il ruolo responsabile del giornalista e la presenza (e) protezione del whistleblower (individuo che denuncia pubblicamente o riferisce alle autorità attività illecite), siano la base del contratto sociale.

La lettura del comportamento umano come forma di prevenzione al terrorismo

Gli studiosi S. Cottee e Hayward (2011) nella rivista “Studies in Conflict and Terrorism”, invitano, più che a normalizzare ,ad “umanizzare “ i criminali (principalmente si riferiscono ai terroristi)   considerandoli prima di tutto uomini dotati di emozioni e sentimenti propri , potenzialmente capaci di non superare ( a volte) “la barriera emotiva della paura e dello scontro”(Collins,2013) e di concentrarsi quindi sul loro comportamento para-verbale e non verbale (online offline).

Il focus sulle persone è fondamentale anche per una maggiore prevenzione nel campo della web security: l’individuo è tanto rilevante quanto la tecnologia più avanzata. Lo studio della scienza della comunicazione non verbale è un campo molto interessante che affascina tutti e, grazie agli approfonditi studi e ricerche di esperti e psicologi e criminologi del calibro di De Paulo, Ekman, Navarro, Vrij , Mark Karlins, viene sempre più perfezionato ed utilizzato in vari campi : aziendali, giudiziari, criminologici, per la selezione di personale ecc.

Il linguaggio silenzioso del corpo può essere padroneggiato e non è per nulla semplice capire ed interpretare le intenzioni degli altri e la decodifica e l’utilizzo del comportamento non verbale è un compito importante oggi per molti investigatori in sede di colloquio in quanto può essere un notevole aiuto per la raccolta di informazioni. Le persone sono differenti nel loro modo di agire, comunicare, esprimere emozioni, differenti quindi nel comportamento e tali diversità sona date da moltissimi fattori che si manifestano anche durante un colloquio investigativo come “stress cognitivo”, situazione socio-economica, istruzione, situazione affettivo-religiosa, età, abitudini ecc..

Considerando che circa il 55% di quello che comunichiamo deriva dal non verbale con questi studi si è cercato, quindi, di creare una classificazione per l’interpretazione della comunicazione gestuale ed espressiva alla scopo di trovare uno schema di riferimento sistematico per la semiologia della menzogna. E’ chiaro dunque, come la CNV fornisca , in ogni campo, delle “indicazioni” sui processi mentali innescati in una conversazione e non fornisca dei significati assoluti. Lo stesso vale per le espressioni facciali di un ipotetico criminale, che potrebbe comunque aiutare nell’azione di prevenzione di un omicidio o attacco terroristico.

 

La foto sotto ( n°1) ritrae l’attentatore italo-marocchino, Youssef Zaghba, responsabile dell’attacco terroristico di pochi giorni fa sul London Bridge, ma prima del suo percorso di radicalizzazione; infatti notiamo un volto sereno, scherzoso, un soggetto che comunica ancora la sua voglia di partecipare ed essere presente nella quotidianità, anche se in parte dai suoi occhi emergono elementi di insicurezza e di lieve tristezza, qui non c’è nessun tipo di conflitto interiore, rabbia e odio per il mondo esterno.

La foto (sotto, n°2) ritrae sempre lo stesso soggetto, dopo il suo arrivo a Londra, dove secondo la madre “ avrebbe iniziato a frequentare persone sbagliate”.

E’ chiaro qui come l’espressione facciale rigida del ragazzo, anticipi già l’evento tragico: un cambiamento psico-emotivo, una visione del mondo differente, una chiusura da un punto di vista relazionale, un odio per la sua vita precedente, la volontà di mostrarsi al mondo nella sua nuova veste: come soldato di Allah.

Anche se la foto, che gira ormai su tutti i media, non sia poi cosi nitida, rabbia, disgusto e paura lieve (ma molto controllata), sono le emozione leggibili dalla sua espressione.

Notiamo ad esempio:

-Rabbia: non si può chiaramente essere sicuri, ma si nota una leggera contrazione e assottigliamento delle labbra. Tale segno può essere uno dei più precoci della rabbia, che ci mette in guardia prima che le cose divengano irreversibili.

-Disgusto: l’indizio è la lieve contrazione del muscolo che fa arricciare il naso e stringere/irrigidire i muscoli oculari.

-Paura controllata/ apprensione: la configurazione delle sopracciglia è uno dei segni più affidabili di questi stati d’animo. Anche le labbra leggermente tese ci aiutano ad individuare questo tipo di emozione.

Gli studiosi di terrorismo, in particolare, hanno a lungo trascurato questo aspetto sotto il profilo socio-culturale : la voce tremolante, lo sguardo agitato, la contrazione del viso del terrorista, in realtà assumono una grande importanza e , soprattutto, accrescono la nostra conoscenza del terrorismo e dei soggetti radicalizzati.

 

Bibliografia

Antinori A.(2012) ,Terrorismo e forme di comunicazione, Cemiss, Roma

Antinori A.,Marotta G.(2007), Cyberterrorism, Guerini e Associati, Milano

Collins R.(2014), Violenza .Un’analisi sociologica,Rubettino editore,CZ

Marotta G.(2014), Profili di criminologia e comunicazione, Franco Angeli, Milano

White J.R.(2013),Terrorism and Homeland Security, Cengage Learning, Stanford

I Servizi Segreti che possono sbagliare: dalla fiction alla realtà

 

Ci risiamo.

Attacco kamikaze, un ragazzo giovanissimo, integrato, che dopo alcuni viaggi in Rete, e non solo, gioca con la sua identità, si converte, si fa crescere la barba e costruisce un ordigno pieno di chiodi per far fuori migliaia di ragazzi e bambini alla fine di un concerto.

Semplificazione? Finzione? No.

Non è questo che tendiamo a semplificare o sottovalutare, ma il lavoro dei servizi segreti.

E’ vero, anche l’attentatore di Manchester era conosciuto dalle forze d’Intelligence.

A partire dal 13 novembre 2015, primo attacco a Parigi, abbiamo iniziato a parlare della necessità di costruire una “ FBI europea”, nonostante la presenza di ben due agenzie piuttosto efficienti come Interpol ed Europol, di incapacità e disorganizzazione dell’Intelligence, addirittura si è parlato di complicità tra servizi segreti e terroristi.

Chiaramente c’è un problema di comunicazione, di scambio di dati, di analisi ed informazioni che non vengono confrontate e in alcuni casi, bisogna dirlo, ognuno lavora per casa propria, ma non non è solo questo, la questione non può essere ridotta a confusi retroscena complottistici o a semplice negligenza.

Abbandoniamo l’idea dello 007, dell’eroe poliziotto che salta da un tetto all’altro e con grande abilità, piazza delle microtelecamere e cimici ovunque, armato fino ai denti e ferito dalla testa ai piedi, c’è un mondo reale fuori dallo schermo e la realtà è che anche i Servizi Segreti possono sbagliare.

Questo ci spaventa? Ma è la verità.

Basta spettacolarizzare l’attività d’Intelligence, chiaramente ci sono esperti, persone capaci, addestrate, che lavorano intensamente, conoscono e applicano tecniche e strategie investigative-operative, monitorano, si muovono, spiano ecc. ecc.., ma possono sbagliare e non possono tenere sotto controllo tutti i profili, post e movimenti sul web di qualsiasi presunto terrorista o sostenitore dell’ideologia jihadista.

Tenendo conto che i servizi hanno mancato gravemente nella analisi non riuscendo a capire il nemico islamista tanto nella versione Al Quaeda quanto in quella Isis e non si sono neppure accorti della differenza fra i due, i problemi ora come ora, come sottolinea il prof. Giannuli, sono altri.

Ad esempio:

– assenza di una vera e propria linea politica da parte di Europa ed Usa che non sanno cosa fare. Obama prima e Trump ora, sono fermissimi nel tentennare ed è evidente che di concreto c’è ancora poco o nulla;

-assenza di direzione politica da parte dei governi che delegano tutto ai servizi lavandosene le mani e senza neppure chiamare i capi dei servizi a rispondere dei loro insuccessi;

-ideologia antiterrorista da non confondere con il contrasto al terrorismo. Il vero contrasto è quello fatto al terrorismo per come è effettivamente, l’ideologia è quella che combatte per il terrorismo per come lo immagina;

-il terrorista è un soggetto politico pienamente razionale che ricorre a forme di lotta criminali. Ne consegue che, nel primo caso, la lotta al terrorismo è in primo luogo un problema di polizia e di intelligence, nel secondo che è un problema in primo luogo politico e sono secondariamente di intelligence, dunque occorre dare le indicazioni necessarie per evitare che diventi uno strumento cieco che colpisce a caso.

Non possiamo conoscere tutto, non possiamo controllare tutto, è possibile commettere errori, bisogna insistere sulla formazione e studio del fenomeno terroristico e tecniche d’investigazione, impostando analisi che seguano un approccio interdisciplinare dalla psicologia, criminologia alla geopolitica.

Di conseguenza, anche se gli uomini dei servizi segreti sono esperti di sicurezza ed antiterrorismo, restano comunque uomini specializzati, ma non sono supereroi.

Comunicazione, cultura e cooperazione sono dunque strumenti strategici certi per combattere il terrore online e offline, ricordiamoci che viviamo si in una realtà aumentata, ma lontana dalla fiction.

Il valore del tempo nella conversazione online

Il nostro comportamento all’interno dei social mostra a noi tutti che, come le scienze comportamentali ci insegnano, siamo più mossi dalle emozioni che dalla ragione, che preferiamo mantenere intatti nostri pregiudizi anche se ciò a cui crediamo si dimostra poi totalmente errato, che siamo sempre meno disponibili al confronto e abili haters davanti ad uno schermo.

In poche parole : ascoltiamo e comunichiamo non per capire, ma solamente per rispondere e si entra in contatto con l’Altro in quanto “diverso”.

Alcuni sociologi, analizzando la dimensione comunitaria nel nuovo scenario digitale, riconoscono la nascita di nuove forme di legami che definiscono “neotribali”: le modalità per sentirsi vicino ad una persona ruota esclusivamente attorno ad uno stato emozionale comune: la simpatia.

Tali formazioni chiuse, autoreferenziali, non hanno progetti comuni, non diffondono conoscenza, non sono classificabili come “intelligenze collettive e connettive”, ciò che le muove è il semplice desiderio di sentirsi parte di un gruppo dove tutti la pensano allo stesso modo; dunque non c’è confronto, ognuno vive tranquillo con le proprie verità nella propria “bolla”.

L’utilizzo inconsapevole dei social in questo senso, rischia di essere utilizzato per costruire strategie difensive per deviare dall’eticità, per sfuggire al processo di negoziazione e condivisione necessario (per sua definizione) in un processo comunicativo-relazionale.

Paul Ricoeur, filosofo della comunicazione, affermava come fosse necessario individuare sempre una “situazione limite” in ogni cosa e cioè capire quando l’utilizzo dei social, in questo caso, nutre o danneggia una società.

Riconsiderare la dimensione etica e umana della comunicazione è un passo necessario; più che capire come comportarci nel nuovo ecosistema mediale dovremmo seguire tre principi/virtù, che il filosofo ci suggerisce, che ogni individuo dovrebbe seguire e trasformare in pratiche mediali contemporanee:

-precisione: capacità di mettere in campo risorse e accertarsi che quello che stiamo comunicando sia chiaro e preciso in modo da favorire feedback;

-sincerità: essere disposti a dire quello che effettivamente si pensa, creando confronto, partecipazione attiva e critica nei social;

-cura: saper “curare” le conseguenze della mia comunicazione; ogni contenuto messo in circolo può infastidire o interessare ed è necessario essere in grado di prevedere questo doppio effetto.

A quest’ultimo concetto, potremmo legare quello di “ospitalità” espresso dal sociologo Silverstone nel suo lavoro “Mediapolis”: nella nuova società mediale trasparente e connessa è d’obbligo imparare ad ascoltarsi e rispettarsi all’interno dell’ambiente digitale, attivare quel riconoscimento reciproco anche attraverso il medium, per non rimanere schiacciati dall’overload di informazioni.

Disintossicare il web ed educarci ai media è possibile a partire dalla creazione di un nuovo storytelling positivo e responsabile, che punti al bene comune e non all’autocelebrazione, all’ascolto dell’Altro e non al maggior numero di like.

La diffusione del bene moltiplica il bene, genera un nuovo ecosistema di sapere e contenuti che rafforzano il benessere e la coesione sociale.

Oltre alla dimensione etica, c’è un altro punto interessante “la gestione del tempo di convers-azione”.

Il tempo all’interno del web è sinonimo di dialogo, strategia, azione e ascolto attivo, ma bisogna essere in grado di saperlo gestire e questo significa innanzitutto iniziare ad accettare che il contesto ipermedializzato in cui ci muoviamo si nutre di opinioni, stati emotivi differenti che devono necessitano di diventare strumento di maggior confronto e negoziazione e non di odio e falsità.

La nuova competenza mediale da sviluppare riguarda la capacità di “compartimentare il nostro tempo di convers-azione”, saper costruire una risposta sempre meno istintiva ed emotiva, ma più ragionata, approfondita, sincera, basata su una comunicazione assertiva e quindi chiara ed efficace senza bisogno di prevaricare il nostro interlocutore.

E’questa la nuova sfida contemporanea: prendersi tempo per conversare..anche in Rete.

Cyber-gang e Street crime 2.0

I social network sono strutture relazionali che hanno lo scopo di connettere persone

Internet ha dato loro un enorme sviluppo e creato le condizioni per la diffusione globale: Facebook, Twitter, Google+, LinkedIn, ne sono un’esempio.

All’interno del Web 2.0, i social network sono una componente della più vasta famiglia dei social media.

Facebook, in particolare, conta più di 800 milioni di membri attivi (Facebook, 2012), rendendo la sua popolazione maggiore rispetto a quella della maggior parte dei paesi.

Il tempo dedicato all’utilizzo di tali piattaforme da ogni persona, ha anche indicato drasticamente, nel corso degli ultimi anni, come le persone facciano sempre più affidamento su di essi.

Negli ultimi mesi, storie di bande giovanili che utilizzano i social network per costruire identità, percorsi di microcelebrità e distribuire foto/video di percosse, torture ed omicidi, sono emersi nel recente racconto mediatico del reale (Ahlert, 2011).

Tali contenuti in Rete, indicano come i gruppi criminali utilizzino sempre più il web per coordinare le loro attività, quali ad es.il trasporto e l’ esportazione di materiale illegale (Linsell, 2012).

Molti studiosi di criminologia (Morselli 2009, Womer 2010, Patton 2013) e giornalisti investigativi hanno confermato che un numero crescente di organizzazioni criminali sta utilizzando le reti sociali online per comunicare privatamente, rafforzare la loro immagine e anche per attaccare verbalmente, in modo violent, vittime del tutto casuali (Emery & Salazar, 2012).

Womer e Bunker (2010) hanno analizzato come le gang al confine tra Messico e Stati Uniti, sfruttino la natura interattiva dei nuovi media per la gestione dei traffici di droga e armi o per vantarsi circa le loro gesta e diffonderne le immagini pubblicamente alla ricerca di celebrità.

Due delle gang latine più violente, presenti anche nel Nord- Italia , la MS-13 e la M-18, conosciute per i loro riti di iniziazioni poco invitanti (percosse e stupri di circa 13 e 18 secondi), utilizzano spazi online per mostrare foto delle vittime, ferite riportate negli scontri per il controllo del territorio, tatuaggi e molto altro, ma l’elemento preoccupante è che i protagonisti sono troppo spesso degli adolescenti.

Secondo i dati riportati dall’FBI, le gang più organizzate, sfruttano le piattaforme social anche per reclutare nuovi membri, soprattutto minorenni.

“Quello che succede nei social è in linea con quello che sta succedendo nelle strade”, scrive David Pyrooz (2009), studioso di bande giovanili e professore di criminologia presso la Sam Houston State University.

Internet è molto più forte di un marchio o simbolo di una gang, offre uno spazio gratuito al gruppo criminale per promuovere la loro immagine e prestazioni violente online, trasformando il tutto in contenuto virale.

Si crea cosi, un muro di graffiti elettronico-virtuale che non è più possible eliminare.

Desmond Patton, studioso di media e fenomeni di devianza in Rete è “affascinato” da come la convergenza degli spazi digitali e urbani stia influenzando il comportamento delle gang.

Storicamente, i confini territoriali, piuttosto rigorosi, limitavano gli incontri tra bande, ma nel web e all’interno di piattaforme online come Twitter, i membri delle bande rivali possono relazionarsi in modo violento per tutto il tempo, del tutto inconsapevoli delle potenzialità del web.

I membri delle bande di Chicago, sostiene Patton, hanno tutti ormai almeno un’arma e un account Twitter: tale condizione, incoraggia ulteriori violenze sulla strada.

L’ accessibilità dei social media può estendere la portata delle minacce e di conseguenza, l’azione reattiva, in particolare in quegli spazi urbani che la criminologia definisce “subculturali”.

I membri del gruppo usano i media digitali per vantarsi, mostrandosi con armi, per minacciare, comunicare ai loro rivali successi, tipologie e numero di crimini.

Il commento d’odio di un cyberbullo in Rete, è diverso da quello di un menbro della gang: quello di quest’ultimo infatti, può rapidamente trasformarsi da post d’odio ad omicidio nel giro di poche ore.

Mentre sono ormai numerosi gli studi che descrivono ed analizzano le strutture e le dinamiche relazionali all’interno dei social media, la questione di come le organizzazioni criminali utilizzino queste piattaforme per reclutare nuovi membri, per autocelebrarsi e mettere online materiale ritraente vittime, armi, rituali, simboli ecc.., in particolare per quanto riguarda le bande giovanili, è stata ancora poco affrontata.

Per ora, sono generalmente due gli aspetti più interessanti di questo nuovo fenomeno in Rete:

il comportamento delle gang online : queste costruiscono la loro identità, reputazione e strategie operative attraverso l’uso dei social media, con una forte impatto nella realtà sociale, sui giovani e sulle baby-gang presenti già nel terriotorio, ma prive di qualsiasi forma organizzativa;

 -la presenza di nuovi elementi vittimologici: si assiste ad una crescita del fenomeno americano, diffuso in seguito anche in Europa, definito “Knockout game”, riguardante la scelta casuale della vittime su cui esercitare violenza (processo che inizia anche online e continua con la ripresa in diretta dell’evento criminale). Tale comportamento viene messo in atto da gruppi di giovani, spesso con precedenti di microcriminalità, ed è legato ad una improvvisa escalation della violenza e cambiamento nel modus operandi, come emerge dai recenti fatti di cronaca.

Perfino nelle favelas brasiliane ormai, ragazzi minorenni, già membri di una gang all’età di 11 anni, si mostrano armati fino ai denti nei loro profili social.

L’obbiettivo?

Potere, rispetto, visibilità.

Uno, nessuno e centomila: i mille volti dell’immigrazione

Finalmente l’analisi fino ad ora limitata e distorta sul fenomeno migratorio, si sposta dal “solito” oggetto d’attenzione, come sbarchi sulle coste italiane e numero di morti (oltre 1000 dall’inizio dell’anno), importantissimo, ma ormai troppo spesso strumentalizzato da qualsiasi esperto o politico che appare sui media e si va ora a considerare concretamente quella parte “apparentemente buona e neutra” dell’immigrazione: le Ong.

La prima “novità” è che si riconosce l’esistenza di un primo legame tra immigrazione e criminalità in Italia e che questa, non è una semplice affermazione politica, da programma per  primarie, comunali o qualsiasi altro tipo di occasione elettorale, ma è una questione reale, di sicurezza nazionale, di allarme sociale, sottovalutata, invisibile, che è il vero problema della questione ed è questa, la causa delle migliaia di persone morte in mare e di minori che scompaiono una volta sbarcati sulle nostre coste.

C’e questa relazione triadica che sembra essere più trasparente in questi ultimi mesi: business-immigrazione-criminalità.

La seconda “novità” è che anche i media e le Istituzioni cominciano a “fidarsi” e a dare spazio agli allarmi lanciati dalla nostra Intelligence che inizialmente parlava di traffico di esseri umani e mafia, poi di terrorismo ed infiltrati jihadisti nei barconi, di cooperative romane e Mr. Carminati ed ora, sono di questi giorni le parole del Procuratore di Catania, Carmelo Zuccaro, si parla di accordi strategici e criminali tra trafficanti e Ong.

“Non tutte le ong che recuperano migranti sono uguali: ci sono quelle buone e quelle cattive”, dice il procuratore della Repubblica di Catania. “La mia, è la procura più esposta nell’affaire migranti, per necessità prima ancora che per scelta. Abbiamo le prove dei contatti tra scafisti e alcuni soccorritori . Ci sono telefonate con chi organizza gli sbarchi e gruppi finanziati da personaggi discutibili. Deve intervenire la politica”.

Da questi allarmi lanciati, è vero il tutto deve essere ancora verificato fino in fondo, si nota però come il problema immigrazione e le sue dinamiche interne, risultino improvvisamente più chiare: nulla è casuale, partenze, soccorsi, accoglienza, tutto sembrerebbe costruito ad hoc e a fare da cornice a tutto questo, è ovviamente l’interesse economico. Il fatturato delle organizzazioni criminali si stima sia tra i 5 e 6 miliardi ogni anno. Sembra che le partenze vengano segnalate in arabo attraverso alcune pagine Facebook, da quel momento tutto improvvisamente  si attiva.

Allora a questo punto sorge una domanda assai lecita: chi finanzia le Ong?.

Da qua deve ripartire la narrazione del fenomeno migratorio. Il resto lo sappiamo, c’è bisogno di un cambio di prospettiva, anche i buoni possono trasformarsi in cattivi.

Calunnie?, post-verità?, questo lo vedremo, ma se abbiamo a cuore la vita delle migliaia di donne e bambini che abbandonati, malati, traumatizzati sbarcano nel nostro Paese che grida accoglienza ed integrazione, multiculturalismo e chi più ne ha più ne metta, non possiamo tralasciare queste ultimi elementi emersi, anche se difficili da digerire.

Il nostro sguardo deve essere lucido, critico e aperto alle “verità”, solo cosi Istituzioni e cittadini potranno confrontarsi, negoziare e forse risolvere insieme, prima o poi, questa vergogna umana che mette in crisi la nostra identità, diritti e idea di sicurezza e benessere sociale nella contemporaneità.

Stesso giornalismo, stesso errore. Ritorna la “narrazione di parte”

Dopo lo scontro elettorale Trump-Clinton, ritorna con la “coppia” politica francese candidata alla guida della nazione, Macron-Le Pen, lo storytelling di parte di alcuni media italiani e l’emergente necessità di un racconto dei fatti reali ed equilibrato.

Dopo il fallimento dei sondaggi e il “ridicolo” racconto pro-Clinton di alcuni media, c’è chi non si arrende all’idea che il giornalista racconta e non tifa, che alla fine decide il cittadino e tutto non gira intorno a statistiche e numeri (molto discutibili nell’era digitale), che è importante ascoltare e non sigillarsi nella propria “bolla culturale”.

Non sempre però c’è una sola verità, soprattutto nell’era della “post-verità” e in un epoca in cui, tutti noi possiamo produrre informazioni e contenuti, persino notizie bufale, con semplice un click.

La narrazione e l’accanimento quotidiano su un tipo di politico e politica è abbastanza noioso, ridicolo e vergognoso, anche se ancora per quanto riguarda le elezioni francesi, i toni sono ancora, per cosi dire, morbidi rispetto al racconto americano.

Anche stavolta però, una cosa è chiara: la maggior parte dei media, giornalisti, analisti, sondaggisti, hanno chiaramente scelto chi distruggere e chi sostenere attraverso le loro opinioni scritte.

Non è una questione partitica, ne populista, ne una nota polemica, è la comunicazione il problema.

Il cittadino da dietro lo schermo, con i social o la tv può tifare, il giornalista, finché non esce dalla redazione no, deve esclusivamente raccontare il fatto.

La comunicazione, le immagini e le parole hanno un peso, sono potenti: convincono, manipolano, alterano percezioni, costruiscono o demoliscono certezze e idee.

Le questioni sociali, economiche e politiche sono tutt’ora fragili e ancora aperte e sembra che nessuno sappia come risolvere tali questioni, dall’immigrazione, al terrorismo, dalla crisi economica alla sicurezza pubblica.

Interessante riprendere il suggerimento dell’antropologo statunitense, William Ury: “ ciò che spesso non vediamo è che c’è sempre una terza posizione. E la terza posizione del conflitto siamo noi, è la comunità che sta intorno, gli amici, gli alleati i familiari, il vicinato. E possiamo avere un incredibile ruolo costruttivo. Forse il modo più importante nel quale la terza posizione può aiutare è di ricordare alle parti che cosa è veramente in gioco. Perché il fatto è che quando sei in un conflitto, è facile perdere la prospettiva. E’ molto facile reagire. Gli esseri umani sono macchine reattive. E come si dice quando si è arrabbiati, puoi fare i migliori discorsi per poi pentirtene. E così la terza posizione ci ricorda questo. La terza posizione ci aiuta ad andare al balcone, una metafora per un cambio di prospettiva, dove possiamo osservare e valutare”.

Altrimenti, cosi si tifa e non si informa.

Crimine in diretta nei social network. Altro caso a Phuket.

Dopo Cleveland, ecco un altro caso di violenza in diretta sui social.

Un uomo impicca la figlia in diretta su Facebook e si toglie la vita.

I video vengono visti da almeno 370mila persone.

Succede a Phuket, Thailandia.

L’uomo ha filmato minuto per minuto i momenti in cui ha impiccato la figlioletta di undici mesi e ha pubblicato quei due video dell’orrore su Facebook.

L’atto criminale diventa uno spettacolo trasparente, aperto a tutti, viene condiviso, diventa una “moneta relazionale”, crea flusso, interazione all’interno dei social.

Siamo di fronte ad una seria necessità “patologica” di visibilità e potere che viene raggiunta sfruttando la natura interattiva dei nuovi media.

Un percorso di micro-celebrità deviante e criminale a tutti gli effetti che non è sempre il risultato di presenza di psicopatologie nell’individuo, ma più che altro la conseguenza di una scarsa conoscenza delle dinamiche relazionali ed emotive nell’ambiente digitale, di un bassissimo livello di alfabetizzazione digitale, di formazione di subculture devianti-virtuali .

Emerge, ora più che mai, la necessità di educarsi ai media e attraverso i media, prima che il “postare” la morte, si trasformi in una pratica mediale “normale” della quotidianità.

Nei due filmati pubblicati su Facebook si vede l’uomo legare una corda al collo della figlia che viene poi gettata dal tetto di un edificio di Phuket.

Il suicidio dell’uomo è avvenuto dopo e non è stato mostrato sul social network, ma il corpo è stato trovato vicino a quello della figlia. “Era paranoico – ha affermato il portavoce della polizia – temeva che la moglie lo lasciasse e non lo amasse”.

I video intanto, sono rimasti online per 24 ore.

 

 

Violenza in diretta: Facebook come nuova scena del crimine

Da ieri la polizia statunitense sta cercando Steve Stephens, killer che ha assassinato un 74enne per strada, riprendendo il violento atto e postandolo in diretta su Facebook. Poi, sempre sul social, l’assassino ha dichiarato di aver commesso almeno altri 15 omicidi.

Ogni azione sul web come like, post, tweet , lascia delle “tracce del nostro Sè”, frammenti della nostra identità , a nostra insaputa che non possiamo controllare e dunque cancellare. E’ quello che il sociologo De Kerchkove definisce “inconscio digitale”. Tale fenomeno rappresenta oggi la quotidianità e quindi ogni aspetto della vita sociale: ciò può generare invidia e trasformare un semplice utente in una cyber vittima del tutto inconsapevole .

Nell’era digitale , della cultura della partecipazione e della condivisione, dove il concetto di privacy e di pubblico, a fatica, anche giuridicamente parlando, riusciamo a ridefinire, questo può essere molto pericoloso.

“Raccontarsi e mostrarsi” nei social, in particolare attraverso l’autoscatto, è oggi una moda di massa: psicologi e sociologi li definiscono “atti egoistici” o “tentativi di auto-celebrazione” in una società dove, chiunque, sembra aver aderito ad una cultura della fama.

Qualsiasi barriera oggi tra privacy, violenza, identità delle vittime o di un criminale, immagini o notizie su minori, sembra essere abbattuta: niente più limiti e tutele. Il fatto che si stia vivendo in una società tecnologica e violenta, dell’immagine e dell’esibizionismo ce lo dimostrano questo fatto di cronaca e gli ultimi attacchi terroristici o casi di violenza domestica nel mondo, dove concluso l’atto violento, segue il famoso video/selfie da parte dell’autore del reato con la vittima, condiviso poi pubblicamente sui social network per una necessità “patologica” di visibilità. Ecco che il contenuto mediale diventa “atto criminale e scena di un crimine” ora pubblica, visibile ed accessibile a tutti virtualmente.

Per il criminologo David Garland, in particolare la società inglese ed americana, sono divenute oggi “società ad elevata criminalità”, nel senso che sono caratterizzate non da un effettivo aumento del crimine, ma ciò che è aumentata è la percezione della criminalità e dell’insicurezza dei cittadini. Ciò, afferma Gardland, è dovuto al troppo peso che i media attribuiscono al crimine nella loro narrazione del sociale; alcuni crimini diventano “crimini segnale”, ovvero un indice dello stato di una società e dell’ordine sociale.  L’attenzione dei media sui crimini e l’utilizzo inconsapevole e criminale dei social media, rischiano seriamente di trasformare questa pratica in una patologia sociale e virtuale e un tentativo macabro di ricerca della celebrità sul web.

Il pedagogista americano Henry Giroux, parla di “cultura della crudeltà” in seguito non solo alla spettacolarizzazione, ma ad una “raffinata de-selezione di ciò che vediamo”.

La violenza in tv e in Rete diventano dunque quotidiane narrazioni trans-mediali che forse garantiscono, con troppa facilità,  una semplice e violenta  entrata nel mondo della micro-celebrità virtuale.

 

 

 

Comunicazione e sicurezza pubblica: maggiore cooperazione tra cittadini e forze dell’ordine

Settimane piuttosto preoccupanti queste, che ci vedono protagonisti di uno scenario globale sempre più complesso, tra killer che girano nelle campagne ferraresi, terrorismo e crisi geopolitiche come quella siriana.

Per affrontare in modo efficace la criminalità, le comunità hanno bisogno di essere  consultate e coinvolte maggiormente sui problemi che devono affrontare quotidianamente.

Coinvolgere il pubblico rappresenta una sfida in termini comunicativi e politico-istituzionali, ma può portare a una maggiore fiducia nel sistema giudiziario.

La polizia, ad esempio, ha un ruolo fondamentale da svolgere, in particolar modo nella comunicazione con le comunità per prevenire e  controllare il crimine.

Il ruolo dei social media e delle tecnologie della comunicazione hanno radicalmente influenzato il modo in cui le persone vivono, lavorano ed interagiscono.

Le forze dell’ordine si sono unite al dialogo virtuale, entrando nel mondo iperconnesso utilizzando i social media, rendendo pubblici e trasparenti i risultati raggiunti e il programma d’azione investigativo messo in atto contro le varie forme di criminalità.

La comunicazione pubblica delle forze dell’ordine si rivolge ora, con i linguaggi del web, direttamente all’utente, rendendolo partecipe, rispettando sempre le procedure tradizionali adottate nei casi di crisi ed emergenza, passando quindi anche per i media tradizionali, organizzando comunicati e conferenze stampa, interagendo con giornalisti e istituzioni.

L’interazione tra polizie e pubblici, all’interno dei social, è utile non solo per tenere aggiornato l’utente connesso, ma anche per poter valutare informazioni e materiale multimediale, che potrebbe rivelarsi utile nel corso delle indagini: foto, video, post o tweet sospetti, profili fake; lo stesso utente può servirsi dei social per segnalare o denunciare in diretta un comportamento deviante o criminale.

In realtà, il coinvolgimento della comunità  è diventata una componente essenziale che crea una vera e propria rete sociale ed investigativa, che coinvolge comuni, regioni, scuole, polizia, servizi sociali, settori pubblici e privati.

I professionisti dei media possono contribuire con una narrazione aggiornata e meno spettacolarizzata, educando il pubblico sulle strategie di prevenzione della criminalità e su come riconoscere i fattori di rischio.

Tuttavia, i media possono influenzare negativamente in termini di percezione del crimine.

La spettacolarizzazione e l’esaltazione di un comportamento violento, il dare poco spazio al racconto delle vittime, un profiling troppo sulla linea hollywodiana e poco realistico di un killer, uno storytelling costruito ad hoc che ripercorre tutte le tappe di una serie di omicidi o attentati, costruisce paure, sfiducia, egoismi, reazioni istintive.

Siamo in un periodo storico in cui comunicazione e la sicurezza pubblica necessitano di essere  “curate”, sono sinonimi di cooperazione, strategie operative, non possono essere continuamente viste come aspetti “di destra o di sinistra”; tutto ciò non è contenuto di un programma politico, ma deve diventare una pratica, un ‘azione costante  che va costruita e rafforzata nel tempo tra Istituzioni, forze dell’ordine e cittadini.

Educarci a questo è importante e contribuisce a sviluppare una cultura della comunicazione della sicurezza pubblica.

Bio-terrorismo: una questione aperta e sottovalutata

Il bio-terrorismo utilizza armi biologiche o chimiche ed è particolarmente temuto dalle istituzioni e dai cittadini.

Gli ultimi eventi in Siria hanno portato media ed Istituzioni a riprendere in mano un tema forse da troppo tempo sottovalutato, dimenticato, apparentemente risolto. Tra le armi di distruzione di massa rientrano le armi nucleari esplosive, le armi radiologiche, le armi chimiche letali e le armi biologiche letali.

La distinzione prima di tutto è tra le armi atomiche e le armi radiologiche, le prime utilizzano sostanze chimiche tossiche, le seconde invece sono costituite da virus o batteri che possono indurre il contagio di una qualche patologia grave (es. l’antrace). Una metodologia di attacco particolarmente subdola che colpisce i cittadini a volte prima che se ne possano accorgere (ci sono sostanze che provocano il loro effetto dopo qualche ora dal contatto), inoltre le manifestazioni sul proprio corpo non sono sempre ben interpretabili

Le armi chimiche ormai note per il loro utilizzo nella storia, si basano su agenti che possono essere lesivi (in particolare vescicanti o urticanti) o letali (come gli asfissianti o i gas nervini).

Il Fosgene e il Difosgene sono invece agenti pneumotossici a letalità piuttosto elevata; creano infatti gravissimi problemi respiratori che possono sfociare anche nell’edema polmonare. I gas nervini sono forse gli agenti bio-terroristici più conosciuti. Gli effetti più gravi sono a carico degli apparati respiratorio, gastroenterico, delle ghiandole salivari, dell’occhio, del cuore e dell’apparato urinario

La prima cosa da fare innanzitutto è evitare tutti i luoghi particolarmente affollati: metropolitane, eventi particolari, manifestazioni; il rischio maggiore è quello che vengano infettate le acque degli acquedotti allora è opportuno evitare il consumo, anche esterno, di acqua del rubinetto. In ogni caso quando il rischio di attentato diventa preoccupante, sono solitamente le stesse istituzioni a fornire nei modi usuali le indicazioni per evitare di restarne vittime.

In tali contesti di crisi ed emergenza, l’attività dei media e la comunicazione pubblica delle Istituzioni è fondamentale in questi casi, è sinonimo di prevenzione ed attenzione allo scenario complesso in cui viviamo oggi, è necessario lo sviluppo di un piano operativo che punti alla soluzione e ad una narrazione aggiornata e dettagliata dei fatti, semplice, chiara e meno spettacolarizzata.

 

Irisina, sport e salute: un nuovo studio scientifico tutto italiano

Da oggi abbiamo un  motivo in più per fare sport.

Un nuovo test condotto ha dimostrato come all’aumentare dell’attività fisica praticata, sia cresciuta anche la produzione della molecola irisina e lo stato di salute della persona.

Un gruppo di ricercatori del Dipartimento di Scienze Biomediche per la Salute dell’Università degli Studi di Milano, guidati dal dottor Stefano Benedini, ha recentemente scoperto che l’irisina può spiegare perché una giusta quantità di movimento allontana il rischio di diabete mellito, obesità e sindrome metabolica.

L’irisina è, infatti, un ormone prodotto dai muscoli in risposta all’attività fisica, capace di bruciare i grassi, e di rafforzare anche le ossa. soggetti «ipersportivi» è stato rilevato un aumento dell’irisina che si accompagnava al grado di benessere dell’organismo in toto e questo stato di benessere è risultato strettamente correlato alla quantità di attività fisica svolta dai soggetti inclusi nei diversi gruppi esaminati. «Poter studiare l’irisina nei soggetti con un alto carico di esercizio è stato fondamentale per comprendere la reale correlazione tra questa miochina e l’attività fisica»affermano gli studiosi.

Irisina dunque , è quella molecola che trasforma l’attività fisica in salute

I ricercatori hanno infatti reclutato soggetti sani, 70 uomini e donne di età compresa tra 18 e 75 anni e non sovrappeso, e li hanno suddivisi in quattro gruppi sulla base del livello di attività fisica eseguita.

In seguito, hanno misurato alcuni parametri, come la glicemia a digiuno, l’emoglobina glicata, l’insulino resistenza, il livello ematico di colesterolo e lipidi.

Uno studio tutto italiano che è stato condotto anche su atleti professionisti in collaborazione con il Policlinico San Donato IRCCS di Milano, l’IRCCS Ospedale San Raffaele di Milano e IRCCS Istituto Ortopedico Galeazzi.

La “Chizza” e la non-cultura del buon cibo italiano

L’Italia, da sempre, riesce a distinguersi dagli altri Paesi grazie alla sua buona cucina, ad una cultura del cibo che si è evoluta, estesa e rafforzata positivamente nel tempo.

La buona cucina è un elemento identitario e comunicativo forte del nostro Paese, un capitale simbolico unico, è identità, reputazione, economia.

Avremo tanti, tantissimi difetti, la cultura del buon cibo però ci salva sempre.

Su tale aspetto, in particolar modo sull’eccellente pizza napoletana,  hanno ironizzato i creativi di KFC che, per promuovere il nuovo piatto a base di pollo fritto, pomodoro e mozzarella, hanno messo in piedi una squallida scenetta pubblicitaria, con in scena abitanti di un immaginario paese italiano del Sud che presentano la novità culinaria del momento: La “Chizza”.

Nel video spot del nuovo prodotto, con una finta ironia, viene esaltata la bontà della Chizza definendola addirittura “molto più buona della pizza originale”.

Ecco il suo contenuto: pollo fritto condito con salsa di pomodoro, formaggio fuso, salame piccante, peperoni verdi, ananas e patatine fritte. Questa è la Chizza, bomba calorica, ibrido tra pizza e pollo fritto, che non può che  inorridirci per la blasfemia verso il nostro piatto nazionale. E’ l’ultima creatura della catena internazionale di fast food KFC (Kentucky Fried Chicken), da qualche mese approdata anche in Italia. Ad Hong Kong la catena ha presentato il Napoli Frisky Pizza Chicken, ovvero un pollo fritto in una pastella preparata con pomodoro, formaggio e origano.

Tutto ciò non ci appartiene, non è cucina italiana, difendiamo la nostra storia e cultura, l’originale esiste ancora e vale la pena proteggerlo e promuoverlo.