L’ accordo di Bologna per i riders e la gig economy

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È Bologna la prima città in Europa a firmare una carta a tutela dei diritti dei lavoratori digitali, proponendo un accordo tra lavoratori, sindacati, aziende e istituzioni. Primo passo per cercare di garantire più tutele a chi ha mansioni connesse alla gig economy (che in italiano tradurremmo con economia dei lavoretti). Con questo nuovo termine si identifica una vasta gamma di impieghi, spesso non esistenti fino a qualche decennio fa, nati dalla continua evoluzione del mondo del lavoro e dall’evoluzione tecnologica. In questo termine ombrello possono essere inseriti anche i fattorini per la consegna a domicilio del cibo, i cosidetti riders, fino a qualche anno fa indipendenti e pagati dai singoli esercenti, oggi sempre più connessi a grande aziende che ne gestiscono gli orari e i movimenti.

I riders oggi sono la prima categoria ad essere coinvolta (negli ultimi mesi sempre più spazio mediatico hanno avuto le manifestazioni da parte di questi lavoratori per richiedere più tutele dopo alcuni gravi incidenti stradali avvenuti durante le attività consegne e la mancanza delle relatuve tutele) nell’accordo proposto dal Comune di Bologna (obiettivo é ampliare l’accordo di tutela delle garanzie lavorative anche ad altre categorie di lavoratori e lavoratici). L’accordo proposto, innovativo per il settore perché richiede alcune tutele date per scontate in altri settori come paga minima oraria, contratti trasparenti, assicurazione e indennità di lavoro, al momento é stato firmato solamente da SgamMymenu (azienda italiana, a differenza delle concorrenti, che si occupa del lavoro di circa duecento riders sui quasi cinquecento operanti in città) , mentre si fanno ancora attendere le risposte delle aziende concorrenti Deliveroo, Foodora, Glovo e Just Eat.

 

La firma dell’accordo di Bologna tra istituzioni, sindacati e Sgam-Mymenu (Foto: Luca Zorloni)

 

I punti dell’accordo

L’accordo con il Comune di Bologna prevede la garanzia di alcuni standard di sicurezza considerati ormai assodati in molte altre professioni. Una recente delibera del capoluogo emiliano prevede anche sussidi mirati a rinnovare la flotta per coloro che decideranno di firmare la carta. L’accordo prevede anche la creazione di corsi di sicurezza sul lavoro, attualmente non previsti. L’assessore ha sottolineato al momento della firma “Se un rider si fa male per noi é un infortunio sul lavoro (…), in assenza di un’assicurazione obbligatoria (ndr al momento per i lavoratori della gig economy non è prevista) valuteremo di costituirci parte civile par il risarcimento danni

La carta di Bologna prevede dodici articoli dedicati alla regolamentazione di quattro dei punti più delicati del lavoro digitale. Uno dei punti più discussi é connesso alla questione retribuzione. L’accordo bolognese chiede di garantire un “compenso orario fisso e dignitoso, non inferiore ai minimi tabellari sanciti dai contratti collettivi di categoria”. Il secondo punto riguarda le tutele e le garanzie, punto fortemente richiesto dai riders dopo i molteplici incidenti, anche di media gravità, in varie città italiane per motivi legati al traffico. A Bologna questo la questione sicurezza era salita alle cronache dopo le nevicate che per giorni hanno reso alle biciclette (principale mezzo con i quali si muovono i fattorini) impraticabili le strade. Le proteste chiedevano l’introduzione di indennità in caso di malattia e cattivo tempo (che impediscono l’attività lavorativa) e l’obbligo di assicurazione, punti entrati nella carta di Bologna. L’accordo prevede indennità per il lavoro notturno, quello festivo e/o in caso di condizioni metereologiche sfavorevoli (in questo caso la carta prevede il diritto di non eseguire la prestazione senza penalità, suggerendo alle app di interrompere i servizi di consegna. Grandi novità nelle tutele derivano dal divieto di discriminare i fattorini che non possono dare disponibilità sui turni e dal poter licenziare solo per giusta causa. Una terza richiesta é la trasparenza nei contratti, richiesta soprattutto per andare incontro ai tanti giovani che grazie alla gig economy trovano il primo impiego.  Viene inoltre richiesto il diritto alla connessione gratuita e al poter rimanere disconnessi nei momenti di non servizio, il diritto di sciopero e di partecipare alle assemblee sindacali (incontri per i quali si impegna a fornire spazi gratuitamente). Il quarto e ultomo punto riguarda la portabilità del rating, cioé la valutazione che ogni fattorino riceve per le prestazioni. Il voto è fondamentale per i riders per poter accedere prima agli ordini da consegnare, cioé è simbolo di maggior guadagno. L’accordo di Bologna non prevede l’abolizione del raiting, ma chiede di garantire un documento simile alla lettera di referenze in caso di cambio di lavoro e di fornire una procedura terza e imparziale in caso di raiting errato.

 

Chi non ha firmato

Le big del settore delle consegne a domicilio, hanno deciso di non firmare l’accordo di Bologna per varie motivazioni. Foodora ha deciso di non presentarsi all’incontro di negoziazione sostenendo che tutti i loro lavoratori e lavoratrici erano soddisfatte del proprio impiego (come hanno riferito fonti interne rimaste anonime), mentre le altre piattaforme hanno rifiutato di aderire alla proposta per mancanza di uniformità tra le città, poiché con le condizioni proposte, i fattorini bolognesi avrebbero una condizione migliore rispetto ad altre città.

Il futuro

Come dice Falchi, portavoce di Riders Union Bologna (sindacato autonome per la tutela dei diritti dei riders bolognesi): “Questo non é un punto di arrivo. Da oggi vigileremo per capire se chi ha sottoscritto la carta rispetta gli impegni e per spingere chi non l’ha ancora firmata a farlo“. Il sindaco di Bologna, Virginio Merola, comunica che le aziende che firmeranno saranno segnalate sul sito del Comune di Bologna e aggiunge: “Ci affideremo alla capicità di scelta e di boicottaggio da parte dei cittadini di quelle aziende che trascurano i diritti dei lavoratori“. Bologna ha già deciso di lavorare insieme al Comune di Milano per portare i diritti dell’accordo a livello nazionale, grazie ad un’iniziativa comune da proporre ad ANCI, l’associazione dei comuni italiani. L’accordo tra i due capoluoghi vuole al momento portare avanti la creazione di un “patentino del rider” che ha l’obiettivo di migliorare la sicurezza dei lavoratori sia dal punto di vista delle regole, sia delle dotazioni obbligatorie (caschi omologati e guacche o maglie rinfrangenti), piccoli segnali che sembrano interessare anche Roma e Torino.

La firma dell’accordo tra le istituzioni bolognesi, Sgam-mymenu e Riders Union Bologna insieme ai sindacati confederali CGIL, CISL e UIL é un piccolo, ma imporrantissimo passo in avanti verso una situazione che da troppo tempo non é stata regolarizzata. In un periodo di crisi, dove un lavoro ancora poco regolamentato come il rider fa gola, la necessità di leggi, anche a livello nazionale, che garantiscano i diritti minimi di chi si mantiene grazie alla gig economy diventa fondamentale in un paese che vuole definirsi economicamente sviluppato e democratico.

 

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