Avatar con l’anima digitale: le nuove frontiere della deresponsabilizzazione affettiva

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La tecnologia ci semplifica la vita: niente di più vero per la startup californiana Oben guidata da Nikhil Jain e Adam Zheng, inventori dell’anima digitale.

Il dispositivo funziona in maniera semplicissima: si tratta di scattarsi un selfie e registrare un audio di pochi minuti per ottenere un Avatar molto simile a noi. L’idea nasce dall’impossibilità di essere presenti a casa a causa dei molteplici impegni di lavoro. Jain racconta che la moglie era furiosa perché, durante quei viaggi, i loro tre figli, abituati ad aver accanto il padre prima di dormire, non volevano andare a letto senza di lui.

Problema risolto grazie a quest’anima digitale creata dalla startup, richiestissima in molti ambienti di lavoro, in particolare nelle scuole per i professori personalizzati o negli ospedali con infermieri digitali che somministrino le medicine ai pazienti.

L’idea di base è che l’avatar aiuti l’originale a dedicare più tempo “a ciò che per noi conta di più”. Il dono dell’ubiquità tanto agognato dall’essere umano non è più un miraggio lontano. Non solo, perché la copia digitale permette all’uomo di liberarsi di un fardello preistorico: la scelta, che implica la rinuncia.

Quella che prima era una questione di priorità, che spingeva l’uomo a preferire ciò che ritenesse più importante, diventa ora il trionfo del factotum, colui che pretende di occuparsi di tutto. L’uomo odierno è impegnato, coinvolto, travolto e rifiuta di non arrivare a tagliare il traguardo, così da accettare un’estensione della persona.

E’ una moderna vendita dell’anima al diavolo, non troppo diversa dal Gray di Wilde. E’ la consacrazione del tempo alla produttività che ci pretende costantemente redditizi e fertili. In questo scenario, il materiale ha il sopravvento sulle relazioni affettive, tanto da spingere Jain a scegliere di presenziare gli impegni lavorativi, piuttosto che l’appuntamento serale con le storie della buonanotte ai figli. Come se avere accanto il padre o una bambola elettronica fosse la stessa cosa.

Gli automi erano nati con l’intenzione di affiancare l’uomo nel lavoro, ancora in qualità di “macchina”. Oggi, invece, il termine “anima” fa presagire un ulteriore passo, nella convinzione di poter provare con le macchine le stesse sensazioni provate con gli umani. Eppure, quando il nostro corpo caduco si opporrà alle logiche capitalistiche, sarà troppo tardi per chiedere indietro quel tempo tanto dilatato e imbottito di impegni incancellabili.

Le hanno chiamate “copie” digitali, ma non eravamo tutti “unici e irripetibili”?

Antonella Gioia

Classe 1995, di origini lucane, laureata in Scienze politiche, sociali e internazionali, frequenta attualmente il primo anno di magistrale in Comunicazione pubblica e d'impresa a Bologna. Innamorata della sua terra, appassionata di libri, attratta dai dettagli trascurati, interessata a tutto ciò che riguarda il marketing e la comunicazione. La penna è la sua parte migliore e la curiosità è il suo difetto più grande.

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