Ospedali “lager”. Riuniti di Reggio Calabria teatro degli orrori.

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Provette che vanno perse, bimbi con danni cerebrali permanenti ed altri ancora subito dopo la nascita. Donne con lesioni gravi alle parti intime, aborto procurato senza la volontà della e ancora cartelle cliniche manomesse per coprire le atrocità che venivano consumate ogni giorno nel Presidio ospedaliero “Bianchi-Melacrino- Morelli” di Reggio Calabria.

Questo è l’agghiacciante “bollettino di guerra” emerso dalle indagini che negli anni sono state fatte in quello che è a tutti gli effetti un ospedale-lager.

Recente scenario di una furiosa lite che ha richiesto addirittura l’intervento dei , i Riuniti è un’ingombrante macigno di cui la popolazione è costretta a farsi carico.

Molti gli articoli dedicati a questa drammatica realtà del capoluogo calabrese che hanno descritto l’evolversi degli eventi: dalle disgrazie, alla denunce, fino all’inchiesta “Mala Sanitas” della Guardia di Finanza che ha portato all’arresto di quattro medici.

Nuove forme di identità criminale che investono una città già travagliata dalla piaga- ‘Ndrangheta e che, ancora una volta, è costretta a contare le proprie vittime. Ciò che lascia di stucco, però, è che questo tipo di atrocità avviene tra le mura di una struttura pubblica e facilmente controllabile a differenza dei danni provocati da un fenomeno così importante come quello mafioso.

Reggio Calabria è una città meravigliosa ma ferita, che si conferma contraddittoria. Da un lato l’anima di tanta gente onesta che tenta di risollevare, con l’onestà ed il buon cuore, le sorti di una regione che ha un grosso potenziale, spesso troppo sottovalutato.

L’altra faccia della medaglia è quella di una buia realtà che nega agli abitanti anche il diritto di essere genitori e , ancora più grave, viola il diritto inalienabile alla vita.

L’inchiesta “Mala Sanitas” ha portato alla luce raccapriccianti conversazioni che non si possono e non devono essere dimenticate. Oltre alle parole che preferirei non riportare per non urtare alcuna sensibilità ma che sono ormai alla conoscenza di tutti, a far rabbrividire sono le ripetute risate che si scambiano i medici, durante le varie conversazioni, a discapito del dolore dei pazienti.

L’atteggiamento disumano nei confronti delle partorienti permane anche quando tra i pazienti vi sono dei famigliari. Tristemente nota è infatti la vicenda che vide protagonista la sorella del Primario Tripodi che sarebbe dovuta diventare madre. Il medico, senza il consenso della sorella o del cognato, ordinò alla sua equipe di iniettare delle gocce alla sorella che l’avrebbero fatta abortire. Il motivo? Secondo l’uomo il nipote sarebbe nato malato (Cosa che oltretutto non sarebbe stata confermata dai risultati del raschiamento e che comunque non avrebbe giustificato un’azione del genere).

Purtroppo,ad oggi, questo complesso ospedaliero rimane l’unico posto possibile per partorire data la recente chiusura di altri edifici. È chiaro che la soluzione, oltre alla riapertura di altre strutture, sarebbe quella di risanare questa, al momento marcia. Aspettando che la burocrazia faccia il suo corso, ci auguriamo innanzitutto che le famiglie delle tante vittime possano trovare giustizia e che mai più un ragazzo di diciassette anni debba perdere la vita perché, nonostante le continue richieste d’aiuto, venga mandato a casa e lasciato morire solo per non essere stati in grado di riconoscere una banale (e con banale intendo facilmente riconoscibile) emorragia.

L’Italia è popolata da medici- eroi che forse, troppo spesso, dimentichiamo di ringraziare perché diamo per scontato un che è prima di tutto amore verso l’altro. Fortunatamente, questo dei Riuniti è un caso isolato rispetto ad una sanità italiana che fa a pugni con i tagli ma che garantisce ottime cure. Una situazione che, seppur limitata ad una regione, deve essere di interesse comune. Ognuno di noi, in qualsiasi parte d’Italia, dovrebbe battersi contro questo cancro sociale perché nessuno ha il diritto di scegliere per noi quando morire.

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