Napoli, città adattabile, due madri coraggiose e un docufilm sull’autismo.

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  1. Al PAN di Napoli ieri è stato presentato il docufilm sull’autismo di Giuseppe Mastrocinque e Stefano Moffa,con la partecipazione commossa di un pubblico numeroso. Chiaro e importante il messaggio trasmesso: non si può relegare la persona con disagio psichico nell’ambito del cerchio terapeutico, la comunità deve cambiare, imparando ad accoglierla e rapportarsi a chi utilizza modalità diverse di espressione.

Lo dimostrano le storie vere raccontate con grande delicatezza. Una realtà dura che il regista ci porge con  poesia attraverso due donne di grande volontà e coraggio, soprattutto piene d’amore verso i figli Francesco e Claudio. La testimonianza parte dalle prime difficoltà nel riconoscimento della malattia, scambiata a volte per sordità. La famiglia, di fronte ad un evento al quale non era preparata, comincia, con angoscia, a chiedere a chi rivolgersi, come e cosa fare. La scoperta improvvisa della disabilità di un figlio viene a rompere gli schemi scombinando il sistema famigliare e richiedendo grandi energie per un nuovo assetto, come ci racconta, con emozione, il papà del piccolo Francescco.
La ASL n. 1 di Napoli ha creato un Social Club, spazio dedicato ai ragazzi autistici, agli amici e ai loro genitori. Esso diventa luogo di incontro con la finalità di coinvolgere nel progetto di “adozione” del ragazzo diverso e speciale l’intero quartiere.
L’obiettivo è quello di aumentare i livelli di autonomia attraverso la graduale responsabilizzazione del minore già da bambino, con la speranza che il modello partecipativo si diffonda in altri quartieri della città.
Claudio, un bel ragazzo bruno, con gli occhi profondi, piega i cucchiaini, lo fa in un maniera personale e unica, creando piccole forme artistiche. È il suo modo di esprimere la propria creatività e rappresenta uno dei tanti modi di superare la chiusura nella quale lo relega una dispercezione del mondo esterno.
Non è facile immedesimarsi in colui che vive la sua vita con modalità diverse, e richiede, da parte della società, uno sforzo di empatia e condivisione, che si traduce, sempre, nell’evoluzione della propria umanità verso forme meno autocentrate, e più disponibili al mondo.
L’alto tasso di separazione tra i genitori quando il bambino è ancora piccolo rende ancora più sofferta la posizione delle madri, appesantite e stanche da una cura continua e spesso solitaria. Chi è più fragile se ne va, e la fatica, doppia, ricade sulle spalle dell’altro, che, da solo non può farcela. Ecco che dobbiamo adattare le nostre città ai bisogni di tutti, senza lasciare indietro chi cammina con passo diverso, per continuare la nostra corsa quotidiana e affannata. Napoli ci sta provando, attraverso la competenza degli operatori istituzionali e il cuore della gente comune, come ci testimonia questo splendido corto, meritato vincitore della settima edizione del Social Word Film Festival.
Presenti i compagni di scuola di Francesco e Claudio, i più interessati e allegri, i coprotagonisti di questa bella storia di partecipazione civica, che, da adulti, porteranno dentro, come una marcia in più, l’imprinting alla solidarietà sociale.

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