Dopo 74 anni cerca il prigioniero italiano del nonno

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Il giornalista sudafricano Shaun Smillie ha ritrovato gli effetti personali di un ufficiale italiano che il nonno aveva fatto prigioniero durante la seconda guerra mondiale. Adesso cerca i suoi familiari.

1942 “L’ufficiale senza nome” viene fatto prigioniero da un commando inglese. E’ William Findlay Smillie, nonno del giornalista Shaun Smillie, a fare prigioniero l’ufficiale italiano. Da allora se ne perdono le tracce e non si sa quale sia stato il suo destino.

Oggi Shaun Smillie ha ritrovato, fra i cimeli di famiglia, dieci fotografie in bianco e nero e lancia un al ministero della difesa italiano e allo stato maggiore dell’esercito affinché venga rintracciata la famiglia de “l’ufficiale senza nome”. “Sto cercando da anni di dare un’identità a quell’ufficiale e scoprire quale sia stato il suo destino. Finora è stato un viaggio difficile” scrive il giornalista sudafricano.

“L’episodio che riguarda l’ufficiale italiano – racconta ancora Shaun Smillie – è avvenuto da qualche parte nel deserto occidentale, probabilmente nel 1942”. Il nonno “fu mandato in per combattere nel deserto. Completò l’addestramento come pilota di carri, ma decise di offrirsi volontario per un reparto che presto ottenne una certa reputazione. Divenne uno dei membri del Long Range Desert Group o LRDG; un gruppo multinazionale di volontari che si muoveva centinaia di miglia dietro le linee nemiche in missioni di ricognizione e assalto”. “L’ufficiale senza nome” continua Smillie era “un militare di carriera, forse maggiore forse colonnello, era stato costretto ad arrendersi a una unità dell’ottava armata britannica. Il soldato che fece un passo avanti per accettare quella resa era mio nonno William Findlay Smillie”. L’ufficiale italiano non fu entusiasta di consegnarsi al nemico e sputò al militare che lo stava facendo prigioniero gesto che avrebbe potuto costargli la vita. E’ grazie a questa episodio che Shaun Smillie ha fra le mani le dieci fotografie in bianco e nero perché il soldato britannico risposte all’ d’ira con un altro d’ira: reagì colpendo il suo avversario sul viso con il del fucile; successivamente lo spogliò di tutti i suoi effetti personali tra cui le dieci fotografie. “Mio nonno William Findlay Smillie ci ha raccontato di come, durante la seconda guerra mondiale, ha preso prigioniero questo ufficiale italiano. C’è stato un alterco. Nella rabbia lo ha spogliato di tutti i suoi beni, qualcosa che ha detto che non aveva mai fatto prima. Gli uomini fanno cose cattive in guerra”.

“Quando ci raccontava quell’episodio – racconta Shaun Smillie – mio nonno non andava orgoglioso della sua reazione. Una reazione brutale ma purtroppo questa era la guerra; probabilmente pochi minuti prima lo stesso ufficiale italiano e i suoi uomini avevano tentato di uccidere i nemici che li stavano attaccando”. Per il giornalista sudafricano “Quelle fotografie sono un bottino di guerra per la nostra famiglia”.

“Crescendo – conclude Smillie- e fissando quelle fotografie mi sono sempre chiesto chi fosse quell’ufficiale italiano. Fin da bambino mi sono sempre chiesto quale fosse l’identità di quest’uomo, se sia riuscito a sopravvivere alla guerra, a tornare a casa e farsi una famiglia. Di certo i suoi discendenti non hanno mai visto quelle immagini”. L’appello lanciato da Shaun Smillie è stato raccolto dal sito http://www.armymag.it/2017/10/07/le-foto-dellufficiale-italiano-fatto-prigioniero-appello-per-identificarlo/

Dopo i fatti nel deserto William Findlay Smillie ha continuato la guerra. Ha combattuto a El Alamein, poi ha inseguito Rommel attraverso la Libia e la Tunisia. La sua esperienza nel conflitto si è conclusa in Sicilia nel luglio 1943, quando il suo carro armato Sherman ha preso un colpo diretto da un micidiale cannone tedesco da 88mm. Il primo colpo è entrato nel vano motore e ha bloccato il tank, il secondo è arrivato diretto alla torretta. William fu l’unico sopravvissuto. Gravemente ferito, venne rimpatriato. E’ deceduto nel 1998, all’età di 80 anni. Tutto ciò che resta de “L’Ufficiale senza nome” sono quelle dieci fotografie custodite da Shaun Smillie. Il desiderio di William Smillie era quello di dare giustizia al suo nemico, al quale aveva sottratto gli effetti personali. Un’eredità raccolta dal nipote.

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