“Carciofi alla giudia”  tra sogno e aspirazione

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“Carciofi alla giudia” è la storia di un incontro di due mondi apparentemente diversi dove, come sempre, l’amore e il buon senso trionfano. La ebraica e quella “agnostica” di derivazione cattolica, delle generazioni più giovani, faticano apparentemente ad andare a braccetto: si annusano, si percepiscono, si leggono e approfondiscono, si studiano reciprocamente per poi raccontarsi e disvelare, ai lettori, che è sempre possibile un punto d’incontro. Certo, bisogna liberarsi di ogni pregiudizio, stereotipo, luogo comune e predisporsi alla comprensione reale del nostro interlocutore. Un messaggio universale, sempre valido, che l’autrice Elisabetta Fiorito, cronista parlamentare per Radio 24 – Il Sole 24 Ore, dirama e sedimenta sapientemente nella storia di Rosamaria e David. Una coppia attempata, non sposata, che s’incontra dopo essersi frequentata, per tempo, negli anni dell’adolescenza.  I due hanno un figlio, Arturo, che li pone di fronte decisioni importanti, scelte che presuppongono un incontro -scontro tra le rispettive famiglie e le due culture differenti. Il bambino dovrà crescere tra una colta ma ironica e scanzonata famiglia romana, prevalentemente cattolica della e l’altra, di religione ebraica e origine tripolina, paterna. L’ambiente nel quale si dipana la storia, che è la descrizione della convivenza di più mondi, la stratificazione del passato, la suggestione di un’eredità culturale e di , di consuetudini reali e lessicali che sconfinano con potenza nel loro presente avvince il lettore dall’inizio alla fine, senza soluzione di curiosità. L’ambiente è quello romano, l’oggi ai tempi della crisi, dove il maggiore sforzo reiterato ogni giorno è la sopravvivenza. L’atmosfera è quella asfittica di una città che comprime, che ogni sogno, che annichilisce ogni velleità e ambizione. Una società che, sovente, abdica alla resilienza per soccombere, suo malgrado, alla burocrazia e all’ingiustizia, dove la corruzione fa capolino e cerca d’insinuarsi nei meandri, più impensabili e lontani, del pensiero di ogni lettore e dei protagonisti del romanzo della Fiorito. Nonostante tutto, l’epilogo è proprio quello di una cena, corale, nella quale si cucina “carciofi alla giudia”: preparare pietanze, metaforicamente, seguendo la parabola del confronto, ritrovarsi e sedersi vicini e numerosi attorno allo stesso tavolo. Convivere. La famiglia, il senso dell’origine e dell’appartenenza, lo sforzo dell’evoluzione che ciascuno di noi decide di percorrere per riconoscersi sono protagonisti, indiscussi, di questa pirotecnica narrazione. Ed è proprio in quest’origine ma, allo stesso tempo, affrancandosene, che la Fiorito sembra rivelarci e consigliarci, garbatamente, una via d’uscita, una salvezza. Le abitudini, la conoscenza del sé, i rituali, i rapporti famigliari anche quando collerici e complessi sono sempre lì pronti a caratterizzarci, spingerci, salvarci. Anche la morte di un fratello, Valerio; una che non si arrende all’evidenza; il dispiacere per una convivenza apparentemente mal assortita; il pregiudizio per una religione e tanto differente e percepita come “chiusa”: tutto serve, ci costringe e mette in discussione non per renderci “altro” dal quel che eravamo in partenza, piuttosto per completarci e rinsaldare quel che auspichiamo diventare. Quel che più ho trovato suggestivo del romanzo è la certosina e accurata ricerca, vero e proprio studio, nella descrizione di ogni usanza della religione ebraica: dai pasti ai riti, dalla storia raccontata con precisione a quella testimoniata e, tuttavia, mai a mo’ di sussidiario, piuttosto in modo preciso e divertito. Questa miscela narrativa, questo binomio di precisione e divertimento ritengo sia proprio la cifra stilistica, persuasiva, della Fiorito. La stessa instancabile precisione è riposta dalla giornalista nella descrizione dei suoi luoghi d’infanzia, nelle suggestioni che sopravvivono, nella sua formazione di ragazza. Nel ripassare in rassegna la propria storia, la Fiorito scoraggia ogni visione manichea del mondo, ogni conflitto politico – religioso letto in modo univoco, così come l’inutile e barbarica cristallizzazione delle differenti classi sociali che esistono, ma non dividono mai, piuttosto arricchiscono come i differenti quartieri di Roma. Ogni personaggio, pur essendo tratteggiato in modo specifico e incarnando pedissequamente una gamma di valori che ci aspettiamo, per una necessaria semplificazione narrativa, evolve di continuo e mostra l’altro lato di sé, la possibilità del superamento, lo sforzo e la sana quanto salvifica curiosità della comprensione. La trama è il geniale e azzeccato pretesto, articolato e suggestivo, che l’autrice racconta a se stessa e al mondo intero come un mantra, per incoraggiare e incoraggiarsi, far comprendere che ogni evoluzione è sempre, almeno, possibile. ‘Che tutto succede nonostante le etichette, la società veloce, meccanica, digitalizzata e spietata, il consumismo capitalistico e il suo fallimento, il ritorno a considerare, ciclicamente, teorie economiche potenzialmente salvifiche.  Pertanto sediamoci pure, accomodiamoci, gustiamo la prelibatezza e sapienza dei “carciofi alla giudia” infarciti di sogno e aspirazione. Ognuno di noi, nessuno escluso, ne possiede.

David Giacanelli

Elisabetta Fiorito
“Carciofi alla giudia”
Mondadori, aprile 2017

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