Vito Pandolfi nel restauro del suo film “Gli ultimi”

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di Giuseppe Lorin

L’impresa di realizzare il film ed accettarla nasce dal “parlare”, dal raccontare, dall’ascoltare le vicende personali del sacerdote e poeta Padre David Maria Turoldo, che indusse a grandi sacrifici d’impegno tecnico, artistico, umano profusi nella realizzazione e nello sviluppo delle varie fasi creative che includono l’idea, il soggetto, la scaletta, lo scalettone, il trattamento, la sceneggiatura e che porteranno poi all’opera cinematografica finita. Vito Pandolfi (Forte dei Marmi, 24 dicembre 1917), fu un apprezzato regista, autore e sceneggiatore, critico dell’arte scenica, ideatore del Stabile di Roma, inaugurato nel 1964 e direttore di questo fino al 1969, anno nel quale defezionò la direzione lasciando in attivo le casse del stesso. Nell’anno accademico 1961/1962 è libero docente di Storia del e dello insieme a Giorgio Bassani, mantenendo in nuce il titolo di Direttore dell’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica “Silvio D’Amico”, per non creare conflitto d’interesse con il nuovo ruolo assunto da Direttore del Stabile della Capitale d’Italia, (da una testimonianza di Ruggero Jacobbi). Vito Pandolfi insegnò Storia del all’Università di Genova dal 1964 fino all’anno della sua scomparsa, avvenuta a Roma, il 20 marzo 1974.
Fu critico teatrale per quotidiani e riviste specializzate, tra cui L’Unità, Il Politecnico, Sipario, Teatro Oggi e diresse gli Annali di Storia del Teatro e dello Spettacolo.
L’incontro tra Vito Pandolfi e Davide Maria Turoldo, due forti personalità dalle opposte fazioni politiche, diede vita ad un film con valenze insolitamente suggestive pur descrivendo l’evoluzione umana ed economica di un giovane contadino del Friuli migrante in Canada. L’originario progetto di David Maria Turoldo, che fondò per l’occasione la “Grazie Film”, consisteva in una trilogia che avrebbe riguardato le vicende negli anni trenta, di una poverissima famiglia friulana, la sua, il film avrebbe avuto il titolo , e avrebbe trattato specialmente la storia di Francesco, dal diminutivo paesano Checo, sopranominato “spaventapasseri”. Della trilogia del progetto iniziale, solo il primo episodio ebbe forma di lungometraggio, gli altri due episodi non vennero mai realizzati per questioni economiche distributive.
La Cineteca del Friuli permise nel 2002, in occasione del restauro della versione del film distribuito definitamente nel 1963 e della sua edizione in VHS, la proiezione di tutto ciò che era disponibile riguardante il film: provini, tagli, trailer, interviste. La nuova proiezione è avvenuta nella serata inaugurale della sala cinematografica Giovanni da Udine il 31 gennaio 2013.
Oggi, a distanza di dieci anni dal VHS, in occasione della versione realizzata in DVD, è possibile vedere per la prima volta tutti i materiali di produzione inclusa la versione inedita di 96’ che venne presentata in anteprima alla Mostra del Cinema di Venezia nel 1962 e poi il 31 gennaio del 1963.
È senz’altro un’opera dalle alte valenze culturali e sociali che ogni filmoteca statale ha l’obbligo di avere nell’archivio storico a riprova dell’orgoglio del Cinema italiano nella riproduzione e conservazione della memoria di di una civiltà contadina ormai estinta, riconosciuta come radice madre di un’ampia zona rurale dell’alta Italia.
Pier Paolo Pasolini dichiarò che si trattava di un’opera cinematografica di un’assoluta severità estetica mentre Giuseppe Ungaretti apprezzò la schiettezza delle immagini segnate da alta poesia come non si erano mai viste. Gli interpreti, così come si usava all’epoca reclutare, non erano professionisti ma venivano direttamente dai “campi”, erano contadini veri, come il giovanissimo Checo, Adelfo Galli, scelto tra i bambini di Novadelfia di Don Zeno, mentre il genitore è interpretato da Lino Turoldo, il fratello di Padre Davide Maria Turoldo, l’ideatore del progetto cinematografico “Gli ultimi”, gli ultimi della terra che saranno i primi amati da Dio. Tutte le altre comparse a contorno del film, sono stati i cittadini di Coderno di Sedegliano del Friuli, in provincia di Udine, il paese natio di Padre Davide Maria Turoldo.
Il film restaurato è opera paziente della Cineteca del Friuli in collaborazione con Cinemazero di Pordenone e il Cec di Udine con il patrocinio del Consiglio Regionale del Friuli Venezia Giulia. L’operazione ha permesso di recuperare entrambe le versioni, quella originale di 96’ e quella commerciale di 88’ rendendole disponibili al pubblico in un cofanetto della Cineteca del Friuli, in vendita per la Cecchi Gori Home Video.
Livio Jacob resta un importante riferimento per la programmazione in sala del film Gli Ultimi.

D – Abbiamo l’opportunità di chiedere a Libero, figlio di Vito Pandolfi e di Paola Faloja, quanto sia importante oggi a 50 anni dalla prima proiezione alla Mostra del Cinema di Venezia, la realizzazione in DVD dell’opera cinematografica completa e la commercializzazione del film Gli Ultimi?

R – Riproporre un’opera di Vito Pandolfi oggi, è anche riproporre una testimonianza della professionalità che si poteva acquisire in quegli anni stando a diretto contatto con chi della Cultura faceva l’unico scopo della propria esistenza. Vito e Paola, i miei genitori, erano entrambi pionieri del Cinema e del Teatro.
Nel 1965 Vito è il regista di un lungometraggio documentario di carattere sociologico, finanziato dalla Provincia di Latina, dal titolo “Latina ’65 l’arco del tempo” dove Paola Faloja, mia mamma, è stata il suo aiuto regista.
Mi piace ricordare mio padre, Vito Pandolfi, come antesignano di Ermanno Olmi e dei fratelli Taviani. Nel 1962 è stato il regista del film a soggetto “Gli Ultimi”; tratto dal racconto autobiografico di padre David Maria Turoldo, “Io non ero un fanciullo”, e girato interamente a Coderno, Udine, con gli abitanti come attori, il film racconta la vita di una famiglia di poveri, gli ultimi, appunto, all’inizio degli anni ’30. Protagonista è il piccolo Checo con la sua infelicità di bambino, che in quanto diverso dagli altri per intelligenza, sensibilità e fantasia, è sbeffeggiato dai coetanei, che lo chiamano “lo spaventapasseri”, ed incompreso dagli adulti. Al centro il ritratto del mondo contadino che la nascente civiltà industriale pone in secondo piano e trasforma, la proiezione di una solitudine individuale sullo sfondo di una solitudine collettiva. Il sodalizio di Turoldo, frate scomodo, con mio padre, intellettuale laico e marxista, non fu visto di buon occhio dalle autorità ecclesiastiche, che esclusero il film dal circuito delle sale da loro controllate. Del film, cui contribuisce il suggestivo bianconero di Armando Nannuzzi, esistono copie con due finali diversi; riproposti in questo DVD della Cecchi Gori Home Video.
Per quanto concerne mia mamma, Paola Faloja, vorrei ricordare che vinse diversi Premi Nazionali ed Internazionali per i suoi soggetti cinematografici. Recitò in due film diretti da Carlo Lizzani. Nel 1975 realizzò per la RAI vari testi di carattere sociale e li diresse come regista televisiva. Sono filmati dal titolo: , Si dice donna, Nuovi alfabeti e Geo. Per Delta, scrisse e diresse diversi speciali. Per il Dipartimento Scuola Educazione della RAI realizzò nel 1993 “Le Pioniere della macchina da presa”, con audience da prima serata; è un documentario Rai che venne presentato al “Festival internazionale Cinema delle Donne” a Torino, poi a Salerno e a Tokio. Insomma, loro sono stati i miei genitori!

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